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Raccontare in analisi

a cura dei Soci del Centro Studi, con la collaborazione delle tirocinanti Chiara Illiano e Maria Themeli

Schede relative all'approccio narratologico, in Giornale Storico del Centro Studi di Psicologia e Letteratura, nr. 3, Giovanni Fioriti Editore, Roma, ottobre 2006


INDICE
Donald P. Spence, Verita’ narrativa e verita’ storica. Significato e interpretazione in psicoanalisi, 1982, Psycho - G. Martinelli & C., Firenze, 1987

Roy Schafer, Latteggiamento analitico, 1983, Feltrinelli, Milano, 1984

Alessandra De Coro, Diagnosi e narrazione nella cura psicoanalitica. La storia di Bice, Edizioni Borla, Roma, 1990

M. Ammaniti [et al.], Rappresentazioni e narrazioni, Laterza, Roma, 1991

M. White, La terapia come narrazione. Proposte Cliniche, Astrolabio, Roma, 1992

Roy Schafer, Rinarrare una vita. Narrazione e dialogo in psicoanalisi, 1992, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 1999

Smorti Andrea, Il sé come testo: costruzione delle storie e sviluppo della persona, Giunti, Firenze, 1997

Cavarero Adriana, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano, 1997

Maria Pia Arrigoni: Narrazione e psicoanalisi: un approccio semiologico. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998

Gianmarco Manfrida, La narrazione psicoterapeutica. Invenzione, persuasione e tecniche retoriche in terapia relazionale, Franco Angeli Editore, Milano, 1998

G. Martini, Ermeneutica e narrazione: un percorso fra psichiatria e psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1998

E. Confalonieri e G. Scaratti: Storie di crescita. Approccio narrativo e costruzione del Sé in adolescenza. Edizioni Unicopli, Milano, 2000

Cavallo Michele, Il racconto che trasforma, EDUP, Roma, 2002






Scheda nr 1 (a cura di A. Dorella) INDICE

Donald P. Spence, Verita’ narrativa e verita’ storica. Significato e interpretazione in psicoanalisi, 1982, Psycho - G. Martinelli & C., Firenze, 1987


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Una volta che una costruzione ha acquisito verità narrativa,
diventa non meno vera di qualunque altro tipo di verità

Freud è stato un ingenuo. Ha immaginato il paziente come un cronista oggettivo della propria vita, in ossequio al dettato delle ‘libere associazioni’. E l’analista come un fedele ascoltatore, in virtù della sua ‘attenzione fluttuante’. L’interpretazione è stata dunque valutata come un’espressione trasparente del processo primario e il resoconto del caso clinico è assurto ad una registrazione di fatti puri. Ma le regole fondamentali di Freud non sono più credibili.

Prendiamo ad esempio il racconto dell’Uomo dei Lupi. Dal ricordo di un suo paziente relativo ad una cameriera, Grusa, inginocchiata per pulire il pavimento, Freud deduce che l’Uomo dei Lupi rievoca un episodio in cui da bambino aveva urinato sul pavimento per l’eccitazione sessuale dovuta al ricordo di una posizione della madre nella scena del coito. Per questo atto di minzione egli avrebbe subìto un rimprovero dalla cameriera stessa, la quale aveva intuito la fantasia erotica del piccolo ‘sporcaccione’. Il rimprovero legato alla scena primaria è così diventato nella fantasia dell’adolescente una minaccia di castrazione.

Una tale ardita ipotesi con lo scorrere delle pagine diventa indubitabile certezza attraverso l’esercizio di un raffinato stile retorico. In cui ciò che potrebbe essere accaduto diventa la causa di tutto il resto del racconto. Metodo che non può essere del tutto spiegato dal pettegolezzo di Strachey. Secondo il quale il passaggio dal condizionale all’indicativo sarebbe stata un’azione da prestigiatore motivata dalla volontà di fornire prove documentate di fronte alle accuse di pansessualismo di Adler e soprattutto di Jung.

Freud non sapeva che la sua analisi si muoveva fra le sponde di un’aporia. Di una contraddizione irrisolvibile fra storicità e narrazione degli eventi dell’analisi. Egli ha costruito degli splendidi racconti dando loro uno statuto di splendide verità. E non ha mai compreso che è invece nella capacità di affabulazione del testo, arte nella quale il maestro viennese non aveva rivali, che vibra la dimensione veritativa dell’interpretazione.

Il tema posto dal libro è che la verità storica del paziente non è mai raggiungibile. La narrazione clinica non è la verità. Eppure –per paradosso- la verità esiste solo nel momento in cui si mostra come racconto dotato di senso.

Negli anni ’80, con il libro Verità narrativa e verità storica, Spence è fra i primi a cercare di disvelare le abilità di persuasione con cui gli psicoanalisti coprono la mancanza di certezza dei vissuti del paziente. Altri autori hanno poi sviluppato e perfezionato l’intuizione di Spence, introducendo il termine costruttivismo, nelle sue due declinazioni di costruttivismo radicale e moderato.

Spence dal canto suo non nomina quasi mai il termine costruttivismo. Si limita all’analisi formale del testo analitico e allo smantellamento delle certezze epistemologiche del primo movimento psicoanalitico. E anche nelle successive fatiche editoriali –tradotte in italiano vi sono La metafora freudiana e La voce retorica della psicoanalisi (ma ho verificato che l’autore mantiene i medesimi argomenti in alcuni abstracts presenti in rete nella sezione psicologica del ‘pubmed’)- egli conferma il focus della propria attenzione sul confezionamento retorico delle trame. Interessandosi ad esempio all’uso della metafora dalla tragedia greca a Galileo, da Aristotele a Freud, dai resoconti clinici alle teorie della mente.

Ho incontrato per la prima volta il libro di Spence per l’esame di psicologia dinamica I. Una scelta bibliografica inedita per l’ambiente didattico universitario, votato troppo spesso alla ripetizione senza fine delle topiche freudiane. In realtà era una scelta già allora anacronistica ma in sintonia –proprio per le caratteristiche demolenti di Spence- al gusto polemico e corrosivo del titolare di cattedra, abituato a valorizzare la psicoanalisi in primis come ‘esercizio critico’.

In questa seconda lettura, alla luce del mandato che mi è stato commissionato di rilevazione dei termini più rappresentativi del pensiero dell’autore, mi appaiono evidenti due caratteristiche che allora avevo ignorato. Una certa logorrea espositiva, oggi superflua per una revisione di Freud universalmente avviata. E la polarizzazione dei contenuti, esposti quasi sempre sotto forma di antinomie: ad esempio verità storica vs verità narrativa. Dualità oggi decisamente sfumata e conservata, al massimo, per questioni ideologiche o per chiarezza didattica. A questo tipo di esposizione, ho preferito una distribuzione del materiale all’interno di quattro grandi contenitori relativi alla figura del paziente e dell’analista e alle caratteristiche dell’interpretazione e del resoconto analitici.

1. PAZIENTE

Il paziente è come in un imbuto. Fra la ridda dei ricordi che lo abitano deve continuamente scegliere le immagini da riferire e le parole per raccontarle. L’anomalia dell’analisi infatti è che i veri dati primari sono visti o percepiti solo dal paziente.

Il tentativo di tradurre l’immagine in parole è un bluff. Barthes lo ha chiarito. L’immagine è come una fotografia. Non ha codice e il suo messaggio è discontinuo. Per questo è più difficile da rappresentare di un disegno, il quale invece possiede sia un particolare codice espressivo sia una continuità formale del proprio discorso. Come il racconto di un ricordo, il disegno è una ‘vignetta mnemonica’. Un’interpretazione filtrata della verità. Una mistificazione. Un tradimento, insomma.

In più ciascuna traduzione tenderà a rimpiazzare l’originale, come se una volta che le immagini primigenie sono state ‘inghiottite’ da una particolare descrizione, esse vadano perdute per sempre. Questo rischio è riferibile essenzialmente alle narrative nei mesi iniziali dell’analisi. È nel momento in cui assumono la prima formulazione che quelle versioni ufficiali tendono a schermare il passato reale.

Infine, il terzo motivo dell’impossibilità di tradurre veritativamente un ricordo in parole viene da Freud. I meccanismi di spostamento e di condensazione valgano per i ricordi non meno che per i sogni. La conseguenza è la creazione di ricordi-schermo che –come un disegno rispetto ad una fotografia- si prestano più facilmente alla descrizione verbale, proprio perché sono già stati modificati e adattati per sottolineare certi temi e nasconderne altri.

Esistono –secondo Spence- due tipi di ricordi e due modalità di rievocare il passato, a seconda della distanza che ci separa da esso. Uno riguarda il passato remoto, ed è riferito alle memorie dell’infanzia, e il secondo riguarda il passato recente. Il primo può esser definito -mutuando una espressione di Virginia Woolf- ‘momenti dell’essere’ e nel descriverlo il paziente si sente in balìa della scena narrata. Sono i ricordi più passivi e quindi più accreditati di autenticità. La seconda modalità, quella recente, può essere avvicinata al ‘flusso di coscienza’ di James. In essa le impressioni disponibili sono molte e la costruzione narrativa assume un ruolo più rilevante.

Mi sembra che l’autore si contraddica nei confronti della precedente critica alla rimembranza infantile dell’Uomo dei Lupi. In quel caso clinico egli evidenziava che anche i ricordi lontani sono oggetto di fallacia mnestica e interpretativa. Ma -ancor più importante- mi sembra che in questa distinzione (ricordi remoti-buoni; ricordi recenti-cattivi) Spence chiarisca il suo scetticismo nell’utilità del transfert, hic et nunc, come strumento di lavoro interpersonale. Quello che conta è il passato. Il resto è inganno.

Vale la regola del cofanetto di piombo, conferma l’autore. Come nel Mercante di Venezia è all’interno del materiale povero che si trova il messaggio più importante. Quanto più il ricordo sfavilla, quanto meglio sembra incastrarsi nel profilo narrativo, tanto più è probabile che sia d’oro falso. Nei momenti in cui il transfert è intenso, magari quando il paziente ha bisogno d’essere compatito o più ancora quando gioca al ‘bravo paziente’ e il desiderio di compiacere prende il sopravvento, ebbene è proprio allora che la spinta narrativa subisce il massimo effetto distorcente. Il ricordo-schermo è un ricordo di questa specie: vivissimo e ingannevole. Questi resoconti hanno poco a che fare con il passato, ma sono piuttosto moneta di scambio in una conversazione, mirante ad ottenere dall’analista una risposta di tipo manipolativo.

Il resoconto più veritiero al contrario compare nel cofanetto di minor pregio, nei momenti in cui il transfert è neutralizzato. Nelle fasi ‘di stanca’. Questo perché i ricordi autentici sono sempre i più difficili da descrivere.

Nelle righe finali, dedicate al commento, risponderemo alla tesi dell’autore con una argomentazione sul significato simbolico e relazionale del transfert.

Naturalmente le osservazioni di scetticismo relative alle immagini del passato diventano ancora più pertinenti quando vengono associate alla descrizione dei sogni. Anche perché è raro, se non improbabile, che al paziente in analisi si spieghi come descrivere le proprie esperienze oniriche secondo un metodo standardizzabile. Al paziente mancano gli strumenti retorici del mestiere. E in più la confusione si aggrava quando l’analista fornisce al paziente un lessico sbagliato, che deriva dalla sua esperienza, dalla sua dottrina e forse anche dalla sua impazienza. Quando questo succede, attraverso un’interpretazione prematura o inesatta, si rischia di rovinare per sempre la spontaneità dell’immagine.

2. ANALISTA

Quattro compiti di vigilanza attendono l’analista. L’attenzione alle interpretazioni involontarie, alla scelta di genere da parte del paziente, alla interpretazione formale e alla ‘naturalizzazione’ del resoconto analitico.

Nella stanza d’analisi l’analista è fra due fuochi. La sua competenza normativa gli impone di tradurre in racconti dotati di senso i frammenti di verità che provengono dal paziente. La sua competenza privilegiata, specifica di quel particolare setting, lo costringe invece ad un confronto difficile con una produzione verbale di discontinuo valore veritativo. Di fronte alla quale egli ha due strade. L’attenzione fluttuante, che Freud nel suo ingenuo ottimismo considerava come governata da un processo primario che ne garantiva l’assoluta autenticità. Oppure la consapevolezza dell’automaticità delle proprie interpretazioni involontarie, cioè delle letture che non emergono direttamente dalla consonanza con il ‘testo’ del paziente ma da approssimazioni interpretative. O dall’applicazione delle sue presunte competenze.

Una di queste –ad esempio- è la convenzione dell’unità tematica e del significato nascosto. Quello che sembra isolato la competenza psicoanalitica mette insieme. Se il paziente ha presentato tre sogni nel corso della seduta, l’orgoglio della competenza sarà quello di riuscire ad individuare il senso comune sottostante.

Un’altra, anch’essa perniciosa, è la convenzione del transfert. Una regola che conduce l’analista ad ascoltare ogni verbalizzazione a due livelli: come enunciato che riguarda il referente manifesto e come enunciato circa la relazione medico-paziente.

Un circolo tutt’altro che virtuoso. Dal momento che più libere sono le associazioni del paziente–regola fondamentale- minore coerenza avrà la produzione verbale e tanto maggiore sarà la necessità di imporre una struttura interpretativa (involontaria) per poterla comprendere. D’altro canto più è fluttuante l’attenzione, cioè più l’analista si sforza di sospendere il suo giudizio critico nell’ascolto del testo del paziente, maggiore possibilità hanno le sue convinzioni latenti di imporsi. E di confonderlo.

Dopo l’attenzione alle interpretazioni involontarie, il secondo obiettivo dell’analista deve essere indirizzato all’identificazione della scelta di genere operata dal paziente. Il paziente sceglie il genere in funzione dell’impatto ottimale sull’analista in ascolto. Anche se, da quella prospettiva, egli riduce drasticamente la scelta delle immagini a disposizione. L’analista da parte sua deve comprendere lo stile letterario del paziente per gestire le proprie interpretazioni e per individuare le gerarchie del fenomeno descritto.

Anticipo qui una riflessione. È stato ampiamente dimostrato da autori cognitivisti quali Weiss –e l’esperienza conferma- che la collusione con l’analista e il suo compiacimento non sono l’unico modo di interagire del paziente. Anzi spesso la ‘disconferma’ è la modalità più usata per difendersi dalle dissonanze cognitive provocate dall’analisi e per mettere alla prova la consistenza dell’analista. Pure se –in questo dò ragione all’autore- anche lo stile oppositivo può a sua volta diventare una scelta di genere.


3 Interpretazione formale

Il primo obiettivo preso in esame riguardo all’analista, cioè l’attenzione alle interpretazioni involontarie, era rivolto a se stesso. Il secondo, l’attenzione alla scelta di genere, era indirizzato al paziente. Il terzo obiettivo di consapevolezza da parte dell’analista è invece nei confronti delle interpretazioni formali.

L’interpretazione formale deve soddisfare due criteri: di adeguatezza e di esattezza. Fra i criteri di adeguatezza ci sono la coerenza, la coesione e l’esaustività: tali criteri servono a definire quella che abbiamo chiamato verità narrativa. Nei criteri di esattezza rientrano il valore di verità dei singoli enunciati e la loro corrispondenza a ciò che realmente viene alla luce nel corso dell’analisi: quella che abbiamo chiamato verità storica. Il criterio di adeguatezza s’ispira a metafore di costruzione edile, il criterio di esattezza a metafore di scavo archeologico.

Ebbene il criterio di adeguatezza è –secondo Spence- l’unico vero criterio interpretativo. Il potere dell’interpretazione dei fatti analitici risiede infatti nella sua struttura linguistica, che non è necessariamente vero nel senso storico del termine. In quanto ‘le interpretazioni sono convincenti…non per il loro valore testimoniale, ma per la loro qualità retorica ’.

Di contro i criteri di esattezza –cioè quelli che dovrebbero salvaguardare la verità storica dell’interpretazione- non reggono all’urto di una seria valutazione critica. Per poter assumere lo statuto di verità narrativa una interpretazione formale deve infatti soggiacere a tre regole. Tutte insoddisfacenti. La regola della parsimonia: la molteplicità degli eventi deve poter essere riferita ad un unico evento cardine, ad esempio la scena primaria. Ma l’evento deve essere improbabile e addirittura poco plausibile, come nel caso dell’Uomo dei Lupi. I due concetti –evento unico e insolito- sono collegati. Proprio perché è insolita la cosa dev’essere avvenuta una sola volta e proprio perché è avvenuta una sola volta, ma in modo clamoroso, essa può ragionevolmente essere chiamata ad influenzare il comportamento successivo.

La seconda regola riguarda la somiglianza della forma con il contenuto. Se la struttura formale di un evento presente o di un ricordo –ad esempio la cameriera inginocchiata- può essere riportata esattamente sulla struttura formale di un evento remoto -la posizione coitale della madre-, fra i due momenti vi è anche relazione di contenuto.

La terza regola, infine, direttamente collegata alle precedenti, riguarda il rapporto di causa-effetto. Quanto più è sovrapponibile il legame formale delle due scene, recente e passata, tanto più ‘incontestabile’ è il loro rapporto causale. Post hoc, ergo propter hoc.

In tutte queste regole vi è l’illusione che la scoperta di una somiglianza temporale fra più eventi formalmente sovrapponibili fondi una loro reciproca dipendenza a ritroso. Il principale effetto collaterale della tendenza psicoanalitica a sospingere gli accadimenti decisivi sempre più indietro nel passato è che essi rimangono inaccessibili a qualunque dimostrazione o confutazione. Le prove devono essere accettate con un atto di fede. E una volta eliminata la possibilità di revisione, l’unica alternativa è lasciarsi sedurre dalla magia esplicativa dell’interpretazione e dal suo fascino linguistico. Questa è la tesi di tutto il libro.

La ricerca della somiglianza come via maestra della conoscenza è un’arte antica. Focault ha evidenziato quattro tipi di similitudine usati nel passato: la convenienza (l’assunto che le forme che compaiono in stretta contiguità abbiano qualcosa in comune), l’aemulatio (l’assunto che la similarità di forma corrisponda a similarità di funzione) e l’analogia (l’assunto che la somiglianza di funzione spieghi il processo sottostante; ad esempio una tempesta è analoga ad un attacco di apoplessia). La principale è però la simpatia, su cui si basa il presupposto che ogni elemento dell’universo sia in comunione con le altre parti dell’insieme.

Nel mondo delle similitudini lo scienziato si muove alla ricerca delle ‘segnature’. Ad esempio: poiché i semi dell’aconito somigliano alla forma dell’occhio, il filosofo/scienziato medioevale ne deduce che la pianta dell’aconito è in grado di curare le malattie dell’occhio.

Lo stupore e il disappunto di Spence risiede nel fatto che la psicoanalisi continui a basare le proprie ricostruzioni su queste pseudo-dimostrazioni, di natura pre-scientifica, alla ricerca della causa dei fatti raccontati dal paziente. E si illude che esse costituiscano i nodi di una narrazione storica veritiera.

Torneremo in sede di critica finale su questo tema.

Eppure, commenta Spence, l’interpretazione storica funziona da un punto di vista clinico, acquisendo una vita indipendente dai suoi dati probatori. Probabilmente perchè il suo fallace criterio di esattezza soddisfa due altre funzioni. Una debole, relativa alla capacità di trovare espressione verbale per un evento e un sentimento percepito come anormale e spesso vergognosamente taciuto. Quello –mi sembra- che il primo Freud avrebbe chiamato abreazione. E un’altra funzione più forte e strutturata che collega l’episodio alla storia personale del paziente. In una verità narrativa, che è in fondo un atto linguistico di creatività dell’analista svincolato dal reale.

Si potrebbe dire –qui, lo ammetto, mi concedo alcune libertà di riepilogo rispetto al libro- che l’interpretazione è una narrazione di carattere estetico (perché credibile e convincente) e pragmatico (perché utile) che riesce a recuperare le ragioni della sofferenza di quell’individuo a partire da un evento dell’infanzia che non ricade direttamente sotto la responsabilità morale di un’azione consapevole.

E questo –dopo l’abreazione- è il secondo motivo di sollievo e di terapia della narrazione.

4. Resoconto

L’analista ha quindi due compiti futuri. Accrescere la propria consapevolezza sulle interpretazioni involontarie e trovare i dispositivi per collegare la propria competenza normativa con quella privilegiata. La sede di questo lavoro è l’elaborazione del resoconto e in particolare in una operazione che Spence chiama di naturalizzazione del testo. Il quarto e ultimo oggetto della (iper)vigilanza richiesta dall’autore all’analista.

Naturalizzare un testo clinico significa affiancare all’interpretazione il maggior numero possibile di dati ricavati dal colloquio. Compresi i sentimenti privati e le riflessioni spontanee. L’ascolto costruttivo dell’analista, infatti, non è mai puro. Il controtrasfert svolge un ruolo decisivo nel formare le interpretazioni involontarie. Non ci si deve illudere: non solo il contratransfert è sempre presente, ma esso non potrà mai neanche essere eliminato. Occorre solo trovare gli strumenti per naturalizzarlo, il più presto possibile rispetto al momento della seduta, per ridurre la quota di fallacia proiettiva e per permettere di partecipare al materiale del setting nelle stesse condizioni in cui è avvenuta l’analisi.

L’obiettivo è quello di trasmettere non solo la fabula, la cronaca, della seduta ma anche –il più fedelmente possibile- gli elementi del contesto in modo da ricostruire i motivi per cui l’analista è giunto al sujet, la verità narrativa di quel caso clinico.

La controprova di una riuscita naturalizzazione del testo è nella sua capacità di provocare una esperienza empatica e non solo intellettuale.

‘Alla ricerca futura rimane il compito di elencare tutti i tipi d’informazione supplementare che devono essere sistematicamente forniti dall’analista che pubblica il caso ’. Così l’autore conclude con lungimiranza uno dei capitoli più ‘programmatici’ e appassionati del libro. Nel quale stila il manifesto di un lavoro di codifica che altri autori –ad esempio Bucci- dopo di lui hanno poi realmente avviato. Merito operativo evidenziato dal fatto che in tutto il resto del libro la pars destruens prevale nettamente sulla pars costruens.

Un’azione al vetriolo che ha avuto la funzione di avviare agli inizi degli anni ‘80 un’importante revisione delle fondamenta del pensiero psicoanalitico, soprattutto per quanto riguarda il ruolo del linguaggio. Oggi il libro è un libro d’annata. Nel senso migliore del termine. Anche gli autori citati come partecipi del medesimo movimento innovativo (Holt, Klein, Schafer, Sherwood, Atkinson, Gill…) sono più nella storia che nell’attualità della psicologia dinamica. Il contenuto del libro ha perso la sua portata provocatoria e rivoluzionaria. E la passione strabordante del pionierismo dell’autore è in alcuni casi teneramente ‘demodè’.

Oltre all’avvio del movimento di revisione della psicoanalisi, altro merito –ai nostri occhi- è il corredo dell’esposizione con numerosi casi clinici, esemplari e sconosciuti; e i continui riferimenti ad opere d’arte tratte dal mondo della scrittura e della pittura.

Tre invece i temi su cui esercitiamo rilievi critici. Il ruolo ridimensionato del transfert in analisi, la predilezione per il costruttivismo radicale e la sottovalutazione della ‘rete’ dei significati della dimensione simbolica.

Per quanto riguarda il primo punto, il più importante, Spence dà per scontato che la psicologia del profondo abbia un principale obiettivo: la scoperta della verità di fatti storici. E dimostra per tutta la durata del libro l’insensatezza di questa missione. Ma –mi domando- davvero la verità storica costituisce l’unico materiale nobile dell’analisi? È attuale affermare che lo sforzo dell’analista deve essere unicamente profuso nel discernimento del grado di verità delle affermazioni del paziente? Perché non accogliere tutti i cofanetti –e non solo quelli di piombo- e i loro contenuti come un dono significativo che proviene dalla relazione fra: l’organizzazione di personalità del paziente, i suoi complessi autonomi e il mondo del terapeuta? Non è insomma Spence così critico nei confronti delle interpretazioni di Freud proprio perché è ancora legato ad esse e non è giunto a considerare serenamente anche le distorsioni transferali come verità ‘simboliche’ dotate di senso?

La mia impressione è che fra il nucleo marmoreo di verità e il barocchismo della narrazione vi sia uno spazio importante occupato dalla soggettività del paziente qui e ora e dalle sue produzioni, che Spence ignora o considera solo come interferenze. Credo che lo iato sia dovuto ad una ristretta valutazione della rilevanza del transfert in analisi.

Per quanto attiene al costruttivismo radicale dell’autore, devo ammettere di essere più convinto da una posizione moderata, che non esclude il noumeno, la cosa in sé, la verità analitica, ma solo il suo contatto totale e immediato. Pur accettando per intero tutte osservazioni stilistiche dell’autore.

Per ultimo un commento al tema delle similitudini e delle segnature, indicato da Spence come l’universo medioevale da cui è necessario emanciparsi. Spence confonde fra metafora e simbolo. La metafora, forma retorica alla quale dedica gran parte dei suoi studi, è un artificio dell’Io con il quale la coscienza richiama attraverso l’uso di una immagine un’altra realtà che essa già conosce. Il simbolo introduce invece nel territorio dell’inconscio. Esso è costituito da un’immagine, a cui l’Io partecipa, ma che allude a qualcosa di ignoto di cui si percepisce solo la presenza. È indubitabile che la scienza occidentale si è sviluppata dal distacco da una concezione unicista dell’universo, dominata dall’uso ingenuo della metafora. Ma è anche vero che l’epistemologia della psicologia del profondo è stata in grado di recuperare una visione del mondo scandalosamente diversa, più antica e allo stesso tempo avvenieristica, rispetto ai paradigmi della scienza attuale. La visione di un unus mundus immerso in una rete di simboli. Con tutti i rischi e gli inganni a cui questa modalità panpsichista può condurre, ma anche con le possibilità di sviluppo che alcuni autori, a partire da Jung, hanno già cominciato ad esplorare.


Scheda nr. 2 (a cura di M. Themeli)

Roy Schafer, L’atteggiamento analitico, 1983, Feltrinelli, Milano, 1984. INDICE


Secondo Schafer, ogni resoconto del passato è una ricostruzione guidata da una strategia narrativa che aiuta a selezionare da una moltitudine di particolari possibili, quelli che possono essere riorganizzati in un altro racconto che abbia un filo e che esprima il punto di vista desiderato sul passato. Tale ricostruzione è suscettibile al cambiamento. Ogni volta che si stabiliscano dei nuovi obiettivi e si sollevino nuove questioni, si svilupperanno nuove versioni del passato. Così ogni resoconto, analiticamente revisionato, del passato è necessariamente una ricostruzione di ciò che è gia stato costruito in modo diverso. La ricostruzione viene attuata con vari mezzi interpretativi che sono fra loro collegati, come la revisione tematica, il completamento, la ricontestualizzazione e riduzione e la nuova valutazione. Servendosi di questi mezzi lo psicoanalista aiuta l’analizzando a sviluppare molteplici racconti della propria vita, ciascuno dei quali è specificamente psicoanalitico.

Il processo analitico è costituito sia da un ripetuto esame di come nel corso di un’analisi cambi il racconto del passato, sia da un tentativo di spiegare come, quando e perchè, in tale processo cambi il racconto stesso. Narrare è un’azione presente, ed è un’azione che non può essere separata dal modo in cui l’analista vive soggettivamente il racconto.

Allo stesso modo come i resoconti del passato anche i resoconti del presente sono ricostruzioni, solo che hanno per protagonisti atti di percezione invece che di ricordo. Così la formulazione del qui ed ora di ogni analisi è un progetto interpretativo o narrativo proprio come la formulazione che ricostruisce il passato. In questo senso, sostiene Schafer, sono ricostruzioni le manifestazioni del transfert nel qui ed ora. Sono cioè versioni psicoanalitiche di fatti che vengono narrate (dall’analizzando), rinarrate (dall’analista) e potrebbero essere sempre narrate in modo diverso. Così è coerente parlare di ricostruzioni in analisi, indicando, se la ricostruzione è opera dell’analista, dell’analizzando o di entrambi.

Dal punto di vista temporale, il lavoro analitico è circolare. Nella storia psicoanalitica della vita, ciò che era è e ciò che è era. Il presente ricostruito narrativamente ha origine dal passato ricostruito narrativamente, e viceversa. Viene così attualizzata nell’analisi l’atemporalità dell’ inconscio.

Gli analizzandi parlano all’analista di se stessi e degli altri, nel passato e nel presente. Con le interpretazioni l’analista rinarra queste storie. Nel rinarrarle, alcuni aspetti vengono accentuati mentre altri vengono posti in secondo piano. Le rinarrazioni dell’analista influenzano progressivamente il cosa e il come delle storie raccontate dagli analizzandi. Il prodotto finale è un modo di lavorare radicalmente nuovo, creato insieme dai due coautori. Nel corso dell’analisi si sviluppa un gruppo di nuove narrazioni più o meno coordinate, ciascuna delle quali corrisponde a periodi di lavoro intensivo su certe questioni fondamentali. Queste narrazioni si focalizzano sul posto e sulla modificazione di tali racconti entro il dialogo psicoanalitico. Specificamente le narrazioni vengono considerate sotto l’aspetto del transfert e della resistenza identificati e analizzati in momenti diversi in relazione a domande diverse. Lo stesso transfert e la stessa resistenza possono essere visti come delle strutture narrative. Come tutte le altre strutture narrative, prescrivono un punto di vista da cui parlare degli eventi dell’analisi in maniera regolata, e perciò coerente. Inoltre, l’analisi della resistenza può essere narrata in termini di transfert, e viceversa.

Schafer sottolinea che bisogna tener conto del fatto che i dati analitici sono sempre funzione del metodo usato e del posto ad essi assegnato nel processo analitico. Così i resoconti di casi analitici invece di pretendere di dire qual è la verità sull’individuo, dovrebbero dire qual è la verità in relazione ai particolari delle diverse indagini svolte in ogni analisi. In questo modo avviene che approcci analitici diversi basati su assunti diversi producano dei complessi di biografie diverse.

È un progetto utile, sostiene Schafer, presentare la psicoanalisi in termini narrativi e per portare avanti tale processo occorre in primo luogo accettare la proposizione secondo cui non esistono dati oggettivi, autonomi o puramente psicoanalitici che costringano un individuo a trarre certe conclusioni. Affermando quindi che non esiste un’unica realtà conoscibile che serva come verifica definitiva della realtà, si crea una base per caratterizzare la psicoanalisi come un metodo narrativo per costruire una seconda realtà.


Scheda nr. 3 (a cura di C. Illiano)

Alessandra De Coro, Diagnosi e narrazione nella cura psicoanalitica. La storia di Bice, Edizioni Borla, Roma, 1990. INDICE


Il libro riflette uno scrupoloso tentativo, operato dall’autrice, di tradurre accuratamente, in poche pagine ed in modo chiaro, il caso clinico di una giovane studentessa di psicologia. Bice, questo è il nome della ragazza, si presenta affetta da una forma d’ansia diffusa con spunti fobici e paranoici, labilità emotiva, atteggiamento infantile e dipendenza verso il partner; oltre a questo si manifesta un uso massiccio di alcuni meccanismi di difesa quali proiezione, negazione, razionalizzazione e scissione.

L’autrice stessa pone l’attenzione sulla difficoltà di riportare per iscritto un caso clinico, a causa dei problemi legati al tradurre in parole una situazione emozionale e, soprattutto, a causa degli eventi narrati nel caso che si configurano come un prodotto delle “metafore conoscitive” dell’analista e delle “narrative del paziente”. Secondo la psicoterapeuta, infatti, si pone l’esigenza di presentare il caso clinico come un’analisi della comunicazione interpersonale che avviene tra paziente ad analista e delle risposte del paziente agli interventi dello psicoterapeuta, partendo però dal presupposto che la stessa ricostruzione mnestica presente in analisi si manifesta come una rinarrazione della propria esperienza di vita ed è l’artefice del cambiamento terapeutico.

Alessandra De Coro afferma di aver seguito principalmente due modelli teorici nella stesura e nell’analisi del caso, due modelli che tengono in considerazione l’aspetto narrativo della situazione analitica. Essi sono il modello diagnostico di Kerneberg e l’approccio comunicativo-interattivo di Langs: il primo propone “una lettura genetica e ricostruttiva delle invarianti strutturali” presenti nel funzionamento psichico dell’individuo, mentre il secondo parte dal concetto di Baranger di campo di comunicazione bipersonale, che si costituirebbe all’interno della seduta di analisi, per postulare la necessità di riconoscere il ruolo svolto dall’analista nell’influenzare negativamente il paziente e le sue narrazioni.

Da questi due approcci l’autrice ricava dei criteri di lettura del materiale proposto dalla paziente, criteri che possono essere raggruppati in:

1. Analisi del funzionamento dell’Io

2. Ricostruzione dei modelli interiorizzati di relazione oggettuale

3. Osservazione della relazione paziente analista.

L’aspetto narrativo rientra principalmente nel secondo gruppo e si manifesta nella ricerca di “patterns emotivo-ideativi” intervenuti durante la narrazione delle relazioni del paziente con le figure significative presenti della sua storia passata e presente. Ad esempio, dai problemi dell’infanzia che affiorano dal racconto di Bice emerge una rappresentazione scarsamente strutturata del Sè ed una difficoltà nel mantenere una distanza ottimale dai rapporti affettivi nel processo di separazione-individuazione (a 9 mesi Bice è già in grado di camminare, ad un anno e mezzo controlla gli sfinteri in modo sufficiente da porter andare alla scuola materna) ed un’incapacità specifica nella fase di riavvicinamento che la porta ad usare l’identificazione proiettiva come modo per controllare le angosce di separazione (evidenziabile nel rapporto di vicinanza/fuga instaurato con il fidanzato Tony).

Secondo l’autrice, la lettura delle narrative della paziente sarebbe importante in quanto in grado di esprimere il nodo centrale sottostante la patologia di Bice: essa, infatti, volgerebbe l’attenzione verso una possibile difficoltà nel raggiungimento di una differenziazione sessuale completa a causa, probabilmente, di un’invidia eccessiva nei confronti della madre e la conseguente ed inevitabile paura di ritorsione; ma nello stesso tempo anche a causa di una figura materna fragile e provata da un forte esaurimento nervoso.


Scheda nr. 4 (a cura di Chiara Illiano)

M. Ammaniti [et al.], Rappresentazioni e narrazioni, Laterza, Roma, 1991. INDICE


Il libro raccoglie una serie di contributi di importanti psicoterapeuti e ricercatori sul tema della narrazione in psicoterapia e dello sviluppo delle rappresentazioni nel corso della vita di ogni individuo.

La definizione di rappresentazione viene data sin dalle prime pagine del libro ed indica due diversi concetti:

- da una parte una organizzazione interna raggruppante in se immagini mentali, integrate e inserite all’interno di esperienze personali e “disposizioni relazionali” di sé e degli altri,

- e dall’altra le caratteristiche cognitivo affettive e i contenuti delle stesse.

Rappresentazione intesa come “attività intenzionale” che risulta essere alla base di ogni esperienza psichica, collegabile tanto agli aspetti emozionali e affettivi, quanto a quelli cognitivi e le cui modalità espressive e organizzative si possono vedere sia a livello conscio e riflessivo che inconscio e pre-riflessivo.

Le rappresentazioni, come afferma Sandler nel suo contributo, vengono costruite sin dall’infanzia e permettono al piccolo di sperimentare sensazioni provenienti dal mondo esterno al Sé, di organizzarle e strutturarle generando significato. La rappresentazione del Sé riguarda tutti quegli aspetti dell’esperienza, sia essa interna o esterna, che il bambino vive come propri, come facenti parte di Sé; questa percezione può essere conscia o inconscia, ma questo nulla toglie al processo in sé per sé. Il bambino è, quindi, sin dall’inizio in grado di creare e organizzare le immagini del proprio ambiente interno ed esterno, ma questa prerogativa si perfeziona e cresce nel corso della vita, diventando un bisogno vitale dell’adulto in quanto sarebbe l’unico modo per accedere all’inconscio attraverso la costruzione di modelli mentali.

La rappresentazione, allora, è una categoria fondamentale dello psichismo, come scrive Cesaro : “è ciò che può rappresentarsi nell’immediatezza del vissuto, come un luogo, per così dire, non riducibile né al mondo interno del corpo né al mondo esterno”. La rappresentazione può esplicitarsi solo mediante l’uso della parola, parola che svolge anche un’altra utile funzione, ossia quella di arricchire la rappresentazione stessa. Ma la parola rappresenta anche un profondo limite, in quanto pone un freno alla significatività e così a volte l’individuo usa altre vie per esprimere ciò che sente: “Ciò che non è possibile rappresentare non è possibile narrare, se non, talvolta, attraverso il corpo che giova l’azione in luogo dell’utilizzo del simbolo”.

A questo punto non può che essere introdotto il secondo tema trattato nel libro: la narrazione. Narrazione che, all’interno della seduta di analisi, si esplica in un dialogo da cui nasce una storia narrata da entrambi i protagonisti: il paziente che esprime la propria esperienza ed impara, grazie anche all’aiuto del terapeuta, a interloquire in modo aperto e affidabile, e l’analista che ascolta il materiale portato dal paziente e lo rinarra integrandolo e dandogli senso. Secondo Galdo, il processo di risignificazione, a livello temporale, non può essere definito un processo lineare; il paziente, infatti, porta una storia i cui significati espliciti e immanenti, ricollegabili a bisogni e desideri, non sono mai quelli più profondi, in quanto il loro significato vero e puro sarebbe racchiuso nell’inconscio e bloccato nell’a-posteriorità. Attraverso il percorso di analisi il paziente riesce a trovare una sua realtà ed il ruolo dell’analista si configura come quello di un Virgilio che accompagna il paziente alla scoperta di essa.

Ma esiste anche una narrazione quotidiana, che trova uno spazio nella vita di ogni giorno. Sin dall’infanzia la sua funzione risulta quella di dare al bambino “un genere di discorso entro cui i bambini riescano facilmente a inserire e ad articolare le loro particolari prospettive(...), la vicinanza emotiva della narrazione(...) al mondo del bambino.” Il bambino all’inizio della sua vita rappresenta se stesso e gli oggetti mediante ciò che giunge a lui dall’interno o dall’esterno; la rappresentazione di Sé e dell’oggetto , però, necessita della consapevolezza della differenziazione di entrambi gli attori in gioco (in questo caso il Sé e gli oggetti) ed è proprio questa non differenziazione che, il più delle volte, ostacola la narrazione. C’è quindi un problema di base legato alla narrabilità di Sé e dell’oggetto, il quale viene a rappresentarsi come un puro e semplice ricettacolo di proiezioni, perdendo la sua individualità.

Secondo l’autore del libro, Massimo Ammaniti, ci sarebbe in ogni persona un bisogno innato e profondo di costruire la propria autobiografia, ossia creare una narrazione abbastanza coerente della propria vita che produca un effetto sulla percezione della realtà e sui comportamenti. Queste narrazioni si modificano con il tempo, con nuove esperienze e nuovi incontri, soprattutto nell’adolescenza oppure in casi particolari della vita (la nascita di un figlio, una storia d’amore particolarmente coinvolgente...). Quindi sarebbe questo quello che porta il paziente in analisi? Una sua costruzione della propria vita che ha un effetto sulla percezione della realtà e sul modo di agire del paziente? In tutto ciò la “verità storica”dove si pone? Secondo Corrao, grande studioso di Wilfred Bion e della scuola kleiniana, la verità sarebbe una “struttura dell’esperienza soggettiva, anzichè un carattere delle registrazioni oggettive” , evidenziado così la profonda differenza che corre tra questa concezione e quella che vede la verità come la manifestazione di qualcosa che è realmente accaduto e la storia narrata dal paziente come modo per raggiungere la realtà oggettiva dell’evento. Secondo Schiller “il testo, la trama narrativa, possiede una funzione conoscitiva nella misura in cui non si limita a rievocare gli eventi, ciò che è accaduto, bensì ciò che può essere accaduto o ciò che può accadere ancora, secondo verosimiglianza e necessità”. Cambia, quindi, anche la figura dell’analista che non può essere escluso da questa concezione ed essere immune ad ogni influenza e soggettività. Sempre secondo Corrao, infatti, tutto ciò che emerge in seduta, quindi anche le interpretazioni del terapeuta, i resoconti clinici, le teorie ermeneutiche ed esplicative, appartengono alla categoria dei “gruppi di trasformazione a carattere narratologico o narrativo”. Un riferimento, quindi, alla dualità presente all’interno della seduta di analisi, al rapporto tra paziente e analista, all’importanza della loro relazione e del contributo di entrambi. Dualità che trova ampio rappresentante in Bollas che esprime chiaramente questo concetto nel brano che segue e che, a mio avviso, può essere considerato una perfetta conclusione, un bellissimo passo della sua esperienza personale: “Via via che il paziente presenta frammenti della sua storia, una serie interminabile di scene in cui compaiono la madre, il padre, i fratelli e le sorelle, episodi della vita attuale, sogni e ancora sogni, strati su strati di silenzi, sento che dentro di me si forma un condensato di queste storie, immagini, astrazioni, ecc...che dà vita a un oggetto singolare in continua evoluzione: il paziente dentro di me”. I sogni dei miei pazienti diventano i miei sogni(...). Il racconto mi fa spostare da un luogo all’altro, vivere avventure anche assurde”.


Scheda nr. 5 (a cura di Maria Themeli)

M. White, La terapia come narrazione. Proposte Cliniche, Astrolabio, Roma, 1992. INDICE


L’esteriorizzazione è un approccio terapeutico che incoraggia le persone a oggettivare i problemi che sentono particolarmente opprimenti. Aiutando i componenti della famiglia a separare se stessi e le loro relazioni dal problema, il processo di esteriorizzazione offre loro la possibilità di descrivere se stessi, gli altri e le loro relazioni da una prospettiva nuova. Da questa nuova prospettiva le persone sono in grado di individuare fatti della loro vita e delle loro relazioni che forniscono vari nuclei per la creazione di nuove storie. Considerando che le persone non possono avere una conoscenza diretta del mondo, cioè non è possibile avere una percezione della realtà oggettiva, i sociologi hanno proposto che ogni atto cognitivo implichi un’interpretazione da parte del soggetto della sua esperienza del mondo. E ogni atto interpretativo implica l’attribuzione di significato. Questo significato si ricava dal racconto dell’esperienza. Sono cioè le storie che le persone si danno della loro vita a determinare il significato che attribuiscono all’esperienza. Le storie però che le persone costruiscono della loro vita non determinano soltanto il significato che attribuiscono all’esperienza, ma anche quali aspetti dell’esperienza vissuta vengono selezionati per l’attribuzione del significato. Sono dunque le storie che le persone si danno della loro esistenza a determinare sia l’attribuzione di significato all’esperienza sia la selezione degli aspetti dell’esperienza cui dare espressione. Ne consegue che queste storie strutturano l’esistenza delle persone.

L’esteriorizzazione del problema consente alle persone di differenziarsi dalle storie dominanti, chiamate descrizioni saturate dal problema. Quando si distaccano da queste storie, le persone acquistano la capacità di individuare aspetti vitali dell’esperienza vissuta precedentemente trascurati. Quando questi aspetti che White chiama situazioni uniche, vengono identificati, le persone possono impegnarsi in rappresentazioni di un nuovo significato in relazione a essi. Per riuscire a fare questo occorre che la situazione unica venga inserita in una modalità alternativa di raccontare la storia di vita della persona. White ha chiamato questa storia alternativa storia unica, e ha sviluppato un approccio costituito da domande capaci di incoraggiare le persone a individuare, generare o recuperare storie alternative che daranno senso alle situazioni uniche. Considerando e rispondendo a tali domande, le persone trovano ri-descrizioni uniche completamente nuove di se stesse e delle loro relazioni.

Queste domande invitano a indagare alcune delle nuove possibilità uniche, che probabilmente accompagnano i racconti e le ridescrizioni personali che le persone fanno di se stesse e delle proprie relazioni. La portata di queste storie alternative può essere ulteriormente estesa con l’introduzione di domande che invitano le persone a identificare e richiamare un pubblico alla rappresentazione di nuovi significati nella loro vita. Queste ultime domande White le ha chiamate domande a circolazione unica.

Una modalità particolarmente efficace nell’aiutare le persone a esteriorizzare il problema sono le domande sulla relativa influenza. Questo modo di fare domande sulla relativa influenza è costituito da due serie di domande. La prima serie incoraggia le persone a delineare l’influenza del problema nella loro vita e nelle loro relazioni. Queste domande aiutano a identificare la sfera d’influenza del problema. La seconda serie comprende domande che invitano le persone a delineare la loro influenza e quella delle loro relazioni, sulla “vita” del problema. Queste domande fanno emergere informazioni che contraddicono la descrizione saturata dal problema della vita familiare, e aiutano le persone a identificare la loro competenza e le loro risorse di fronte alle avversità. Queste pratiche associate all’esteriorizzazione dei problemi hanno l’effetto di liberare le persone da descrizioni della loro vita e delle loro relazioni saturate dal problema, di incoraggiare la creazione o il recupero di storie di vita e di rapporto alternative e più gratificanti e di aiutare le persone a identificare e a sviluppare un nuovo rapporto con il problema.


Scheda nr. 6 (a cura di C. Illiano)

Roy Schafer, Rinarrare una vita. Narrazione e dialogo in psicoanalisi, 1992, Giovanni Fioriti Editore, Roma, 1999. INDICE


Come affermato nell’introduzione dallo stesso autore, il libro trova collocazione e origine all’interno della ricerca condotta da Schafer sul “linguaggio d’azione”, inteso come un nuovo linguaggio per la psicoanalisi, volto a superare quello meccanicistico della metapsicologia freudiana, ancora presente all’interno del pensiero di molti psicoanalisti. Schafer pone in risalto la capacità umana di agire e di assumersi un ruolo ben definito all’interno delle proprie esperienze di vita: l’uomo agisce, percepisce, ama, ricorda etc... Egli non è solo un essere in balia degli eventi esterni, ma li modella e li influenza sia a livello conscio che a livello inconscio. L’esperienza soggettiva è una costruzione umana, non qualcosa di indefinito, presente a priori nella mente umana, che deve solo essere decifrato dall’analista; bensì è qualcosa che gli individui creano grazie a ciò che vivono soprattutto nel corso dell’infanzia, periodo in cui si manifestano le prime forme di esperienza cognitiva ed emozionale. Uno degli assiomi di questa concezione è che le azioni esistono solo grazie alla descrizione che si fa di esse ed è a questo che si riconduce il tema della narrazione: narrazione di un fatto, di una storia, di un evento. “Intendo per narrazione tutto ciò che riguarda il racconto o la presentazione di un’azione e anche, tutto ciò che si intende per versione di un accadimento, di un evento o di un episodio qualsiasi, in quanto anche essi vengono sempre presentati sotto forma di descrizione”. La narrazione, quindi, non rappresenta una verità assoluta, ma è semplicemente il modo in cui questa verità viene presentata, modo che riflette non solo il narratore, ma anche il contesto in cui tale narrazione avviene. D’altronde non si può neanche pensare di tralasciare l’influenza dell’analista: tra paziente e terapeuta si svolge un dialogo fatto di parole ma anche di silenzi, narrazioni e interpretazioni, le quali non sono altro che rinarrazioni dell’analista ricche di significato. Il concetto di interpretazione può essere descritto come un modo di narrare qualcosa che non è stato ancora espresso oppure rinarrare qualcosa già narrato da qualcun altro. Il fine ultimo di ogni analisi è, secondo Schafer, “ rinarrare una vita al passato e al presente e come potrebbe essere nel futuro”; il paziente giungerà così alla fine dell’analisi con la consapevolezza di aver creato una serie di trame narrative migliori che potranno aiutarlo a vivere un’esistenza migliore, sia in rapporto a se che in rapporto agli altri.

A causa dell’enorme quantità di materiale presente nel libro e dell’eterogeneità dello stesso, Schafer riesce a rendere chiarezza al tutto dividendo l’opera in quattro parti.

Nella prima parte viene affrontato il tema della narrazione del Sé: il Sé del paziente non è un qualcosa di statico, creato e posizionato in un mondo che lo determina, bensì è una costruzione narrativa dello stesso soggetto ed è quindi da esso interamente definito. Esso si genera dal dialogo, dallo scambio di parole, rappresentazioni e immagini, il tutto narrato dall’individuo e rinarrato dagli osservatori esterni che contribuiscono con i propri valori e le proprie finalità. L’autore non parla di un unico Sé, ma di un insieme di narrazioni diverse prodotte da un complesso di Sé diversi (il vero Sé, il falso Sé,il Sé ideale, il Sé frammentato, il Sé pubblico, il Sé privato...): il Sé viene definito come una serie di strategie narrative, o trame narrative, seguite dall’individuo che tenta di creare un resoconto emotivamente coerente della propria esistenza inserita in un contesto relazionale. Con il concetto di trama narrativa, Schafer indica “tutto ciò che può essere utilizzato per stabilire una serie di linee guida e di restrizioni per narrare una storia che trasmetta ciò che convenzionalmente si dice abbia un certo tipo di contenuto generico”. La trama narrativa serve per generare nuovi modi di rinarrare gli eventi negli stessi termini, potendo così creare diverse versioni della storia di base.

Ad esempio, durante l’analisi si possono riscontrare numerose dimostrazioni degli aspetti narrativi dell’auto-inganno e delle difese: per diminuire la tensione e ristabilire un senso di sicurezza in situazioni minacciose, il paziente è solito impiegare forme di pensiero in grado di trasformare il pericolo in qualcosa di innocuo, o comunque meno minaccioso, soprattutto mediante i meccanismi della negazione, formazione reattiva e idealizzazione. Agendo in maniera difensiva egli sarà in grado di diminuire la propria vergogna, il senso di colpa e la depressione. L’auto-inganno si basa su una specifica trama narrativa (il Sé che mente a se stesso) e può essere considerato come una descrizione generata dall’ unione di due trame narrative (il Sé e l’inganno). Un paziente arriva in analisi narrando e mostrando una determinata struttura di personalità, formatasi con il tempo e a causa delle influenze passate. Il più delle volte essa serve a garantirgli un equilibrio nel rapporto con gli altri, ma, nel corso dell’analisi, si verificano dei cambiamenti all’interno di questa organizzazione ed il paziente inizia a diventare più “egoista”, meno interessato ad acquisire i favori altrui, più centrato su se stesso e maggiormente in grado di riconoscersi e nello stesso tempo in grado di interessarsi autenticamente agli altri. Con l’avvicinarsi della fine dell’analisi, infatti, si sentiranno resoconti di esperienze positive con il genitori e con le altre figure significative, nel tentativo di costruire quei rapporti buoni negati per così tanto tempo; si manifesteranno trame narrative migliori da poter creare e narrare sulla capacità di relazionarsi con gli altri.

Nella seconda parte viene affrontato il tema della narrazione dell’identità di genere ed il focus principale riguarda la teoria freudiana ed il suo rapporto con le posizioni maschiliste e femministe. Da sempre, infatti, sono state mosse a Freud numerose critiche per un suo presunto maschilismo e Schafer affronta questo problema ricollocando le teorie della psicoanalisi nel suo contesto originario, ossia in quella tradizione patriarcale medico-biologica del diciannovesimo secolo che predilige una visione meccanicistica ed evolutiva della scienza. Nonostante l’accertata carenza di contributi freudiani alla psicologia femminile, egli si trovava ad agire in un ambiente che credeva nei principi generali di attività-passività e mascolinità-femminilità; da queste concezioni derivava un’idea e una narrazione della donna come oggetto passivo e dell’uomo come essere forte e potente in grado di influenzare non solo la medicina dell’epoca ma anche le interpretazioni degli psicoanalisti nel setting. Lungi dall’essere conforme a questa posizione, Schafer identifica, come uno degli obiettivi dell’analisi, la creazione di una “persona completa”: una persona che agisce consapevolmente nel proprio ambiente, senza remore, difese o conflitti, e, nello stesso tempo, cosciente di non essere l’unico agente, ma di essere inserito in un contesto di relazioni. La persona completa non si nasconde dietro gli stereotipi di attività e passività, di impotenza e frigidità, come se fossero qualcosa di determinato a priori, ma, mediante l’elaborazione analitica, è in grado di rinarrarli e di donargli il significato di azioni complesse che si connettono a varie situazioni psicologiche, portando ad una modificazione della stessa struttura frigida o impotente.

Allo stesso modo anche altre problematiche devono essere analizzate in termini di trame narrative utili a organizzare le interpretazioni dell’analista:

- La sofferenza cronica, ossia il masochismo: le trame narrative proposte dall’autore per questo scopo sono due, ossia la ricerca del fallimento e l’idealizzazione dell’infelicità. Tali pazienti si presentano come vittime, perennemente afflitti da fallimenti, spesso inconsciamente ricercati e incapaci di portare in analisi narrazioni positive del Sé.

- La lotta contro il sentimentalismo: uomini nati e cresciuti accanto a persone con conflitti irrisolti nei confronti del sentimentalismo che gli hanno trasmesso proprio questa conflittualità; uomini desiderosi di ciò che non hanno avuto, bisognosi di affetto ma anche terrorizzati dalla possibilità di perdere. I confini delle narrazioni del sentimentalismo non sono ben definiti e, anche nella società, non si osserva una presa di posizione chiara nei confronti del significato di questo termine, sebbene si tenda a collocarlo nella sfera femminile e a ricollegarlo a termini come debolezza, fallimento, infantilismo. A causa dell’imbarazzo e della vergogna, questi pazienti cercano di nascondere ogni manifestazione che possa palesare questa loro struttura: sono fortemente ironici e autoironici, parlano di cose futili e si mostrano solitamente irritabili. Una trama narrativa costante è la lotta contro la regressione: ogni analizzando avrebbe una propria configurazione di specifici pericoli regressivi e nel libro ne vengono presentati alcuni, ossia il sogno ad occhi aperti, l’essere un neonato, l’identificazione con la madre, l’analità e la fanciullezza del periodo di latenza.

- Rabbia e potere nell’analisi: si manifesta in pazienti che mostrano narrazioni in cui si delineano prevalentemente come vittime che soffrono, sono persone spaventate che si sentono in colpa per aver usato strategie masochistiche e sadiche ma che sono sempre state inserite in un ambiente ricco di violenza etero e autodiretta. Nel corso della loro esistenza hanno creato introietti crudeli e terrificanti, figure, soprattutto madri, immaginate amplificandone a dismisura le caratteristiche più spaventose (le madri della realtà psichica, non quelle reali), figure che vengono riportate nel setting analitico e che prendevano vita nel rapporto di transfert con l’analista.

Nella terza parte il tema principale è spostato sulle teorie come narrazioni principali.

Inizialmente viene presentato un resoconto in termini moderni della prospettiva freudiana. Tradizionalmente la psicoanalisi viene intesa come una cura che avviene mediante l’uso delle parole, grazie alla verbalizzazione di ciò che il paziente ha vissuto nel passato e vive tuttora; tra i metodi usati per raggiungere questo obiettivo troviamo le associazioni libere e le interpretazioni dell’analista, interpretazioni volte a destrutturare le difese, poste in atto dal paziente nel corso della sua vita, e che si riflettono nelle abituali narrazioni riportate nel setting, sviluppando così una nuova e più costruttiva versione della propria vita passata, presente e futura. “Le narrazioni degli analizzandi vengono destrutturate dalla ferma attenzione dell’analista, in primo luogo, sulle contraddizioni interne, sui dislocamenti, sulle condensazioni e sulla tendenza a porre in secondo piano o a cancellare del tutto esperienze fondamentali ad alta intensità emotiva, in secondo luogo sulle gerarchie di valori nascosti nelle ovvie serie di opposti, quali maschio-femmina, attivo-passivo, dominante-sottomesso”.

Successivamente Schafer si focalizza sull’importante ruolo che assume la narrazione nell’interpretazione psicoanalitica clinica e applicata. Quest’ultima molto spesso criticata a causa della non presenza di un paziente, delle presunte speculazioni condotte senza una controparte, basando il tutto solo su materiale non scientificamente verificabile; mentre nella psicoanalisi clinica c’è interazione, c’è una comunicazione continua e costante tra un analista e il suo analizzando. La posizione dell’autore su questo punto è ben chiara: ci sarebbe solo una sottilissima linea di confine tra le due, bisognerebbe arrivare ad affermare che esiste “soltanto una psicoanalisi e che nella sua pratica si possano incontrare una varietà di problemi, la cui natura dipende da alcune peculiarità del contenuto specifico, definito all’interno di un particolare contesto” , e ancora “l’analisi clinica e applicata hanno in comune la creazione e la compenetrazione di testi da interpretare o di testi come interpretazioni”. All’interno della pratica clinica, la seduta di analisi si configura come un testo da interpretare e sviluppare grazie all’uso di interventi adeguati che confluiranno nell’interpretazione analitica. Il ruolo dell’analizzando in questo processo è quello di narratore ma anche di consulente dei propri enunciati, colui che, grazie anche, e soprattutto, alle interpretazioni dell’analista, è in grado di esprimere le proprie idee su ciò che riporta in seduta. L’analista è il co-autore del testo presentato dal paziente, attraverso un dialogo continuo, verbale e non, tra i due. Il significato dei fatti, all’interno dell’analisi, “è stabilito dall’interno e all’interno di un contesto di domande e di metodi che sono coerenti con una serie di scelte narrative. Queste scelte sono di solito chiamate teorie”.

Ultimo tema trattato nella terza parte riguarda i problemi che solitamente si incontrano quando si cerca di trovare un terreno comune all’interno della moltitudine di scuole psicoanalitiche attualmente presenti. Schafer parte da un punto che le accomuna tutte: un paziente porta in seduta una narrazione con un evidente contenuto manifesto che va trasformato in utile materiale analitico, per essere analizzato e ricostruito, sebbene cambi il modo di revisionare il materiale a seconda della teoria seguita dall’analista. Le differenze all’interno della psicoanalisi ci sono, secondo l’autore, e non vanno abolite o livellate; l’auspicio di Schafer è solo quello di riuscire ad usarle strumentalmente per crescere e per poter prendere da ogni scuola quegli insegnamenti utili a comprendere meglio il paziente.

La quarta e ultima parte rappresenta l’aspetto più pratico del libro ed è ricca di esempi e materiale clinico. Inizialmente vengono esaminati gli aspetti narrativi dell’interpretazione clinica, della difesa e, nello specifico, di una particolare difesa, denominata “prima le brutte notizie”. una modalità di comportamento che si manifesta con movimenti regressivi, soprattutto nella fase di avvicinamento alla conclusione dell’analisi, volti a distruggere tutto ciò che di buono è stato fatto nel corso della stessa.

Successivamente il focus è rivolto alla realtà psichica e alle influenze dello sviluppo e della comunicazione inconscia: “l’inconscio è sia scoperto che creato, più esattamente, il prodotto di un dialogo o un testo prodotto da più autori e progressivamente revisionato da due membri della stessa comunità narrativa e interpretativa”, così scriveva Schafer alcune pagine prima. Nell’analisi il paziente attribuisce determinati significati, in modo conscio o inconscio, alle esperienze del passato e del presente, significati basati sui conflitti e fantasie infantili; le interpretazioni dell’analista riguarderanno sia queste attribuzioni soggettive che un contesto più ampio, il quale include non solo le rappresentazioni del Sé dell’analizzando, ma anche quelle dell’analista e degli altri. Ovviamente le rappresentazioni che il paziente ha degli altri non vengono prese come vere e reali sull’analista, vengono piuttosto viste come un atto comunicativo che si basa sulla sua realtà psichica: sono “un resoconto narrativo dell’esperienza soggettiva che l’analizzando ha degli altri”. Ci sono due modi di ascoltare le descrizioni fatte riguardo agli altri: seguendo un approccio genetico, tali descrizioni vengono trattate come il contenuto manifesto di un sogno, oppure, seguendo l’approccio evolutivo, i racconti sono considerati come la storia di un caso e l’attenzione è focalizzata sul funzionamento cognitivo del narratore. Ad ogni modo, gli analisti cercano di porsi all’esterno della realtà psichica, senza prendere come vero ciò che viene affermato sugli altri; in quanto dal loro punto di vista le rappresentazioni dell’analizzando rispettano i criteri di adeguatezza narrativa, derivanti in gran parte dal buon senso, in modo tale da permettere al paziente di costruire resoconti di azioni dell’altro secondo modelli analiticamente significativi.

Altro concetto trattato da Schafer in questa parte del libro è quello della resistenza. Nonostante la poca chiarezza attribuita alle concezioni freudiane sulla resistenza, lo psicoanalista viennese ha comunque creato una grande eredità per i suoi successori, rendendoli in grado di riconoscere le varie possibilità interpretative e diminuendo così la potenza delle resistenze attuate dal paziente. Fondamentalmente, secondo l’autore, “gli aspetti verbosi, confusi e superflui della narrazione freudiana della resistenza possono facilitare ed aiutare la razionalizzazione del controtransfert nel lavoro analitico”. La seduta di analisi non è fatta solo di comunicazioni verbali, ma anche di enactment, ossia “il modo e il momento di dire o non dire le cose (...), l’uso fatto o non fatto di interpretazioni, i ritardi, le assenze, le regressioni sintomatiche...” . Se l’analista sarà capace di prendere in considerazione tutto ciò, sarà anche in grado di non percepire il paziente come un “nemico” che ostacola il lavoro con le sue resistenze, bensì come un individuo costantemente al lavoro, ma con proprie modalità di agire.

Dopo aver dedicato un capitolo alle difficoltà che si riscontrano all’interno del training analitico, ed ai limiti che questo comporta all’interno della psicoanalisi, ed un altro alla narrazione sulle differenze di contenuto e di metodo esistenti tra psicoanalisi, pseudoanalisi e psicoterapia, differenze riassunte dall’autore nella conoscenza del dialogo che avviene nel setting e delle trasformazioni che esso comporta, l’attenzione si sposta sulle questioni dialogiche relative alla pratica clinica. Il tema trattato si apre subito con una critica alla maggior parte degli psicoterapeuti ad orientamento psicoanalitico, accusati di non far sufficientemente ricorso alla preziosa risorsa del “parlare con il paziente”: seguendo forse sin troppo alla lettera la teoria psicoanalitica classica, gli analisti si limitano a fare interpretazioni e a non essere direttivi, creando un’atmosfera di ascolto riflessivo e intervenendo solo se necessario. Secondo Schafer, sarebbe importante, in certi casi, parlare al paziente e questo sarebbe possibile in due modi:

- Parlando in modo personale, esprimendo il Sé del terapeuta, rispettando sempre, ovviamente, i bisogni e la tollerabilità del paziente.

- Parlando pedagogicamente al paziente, fornendo indicazioni e punti di vista diversi sul lavoro analitico, sempre rispettando le direttive narrative del paziente. Il paziente si sentirà più sicuro di potersi esprimere se percepirà un’attenzione da parte dell’analista e un suo vero atteggiamento empatico. Ovviamente questo approccio non è privo di rischi, si possono infatti trovare alcune reazioni da parte del paziente: eccessiva intellettualizzazione, seduzione a collaborare, idealizzazione dello psicoterapeuta.

L’ultimo capitolo del libro è dedicato all’amore analitico, ossia all’amore sublimato degli analisti nei confronti dei pazienti. Concetto coniato da Loewald, esso non si riferisce all’intensificazione di un controtransfert disturbante, sebbene includa il transfert in relazione al paziente, bensì all’amore, alla comprensione totale dell’analizzando, all’unione e al raggiungimento dell’interezza del suo essere. Secondo Loewald non sarebbe possibile amare la verità della realtà psichica senza provare amore anche per l’oggetto di cui si tenta di raggiungere la verità: “il nostro oggetto, in quanto tale, è l’altro in noi stessi e noi stessi nell’altro. Scoprire la verità sul paziente significa sempre scoprirla insieme a lui e per lui, ma anche per noi stessi e su noi stessi. Significa scoprire una verità reciproca, la verità degli esseri umani in relazione fra loro”.


Scheda nr. 7 (a cura di Chiara Illiano)

Smorti Andrea, Il sé come testo: costruzione delle storie e sviluppo della persona, Giunti, Firenze, 1997. INDICE


Il libro è una raccolta di lavori e di ricerche internazionali sul tema della narrazione.

Nella prima parte dell’opera viene affrontato il rapporto esistente tra narrazione, Sé e autobiografia. Narrazione intesa come modalità usata dal Sé per porsi in uno spazio e in un tempo precisi, mediante la costruzione della propria esperienza tramite l’uso di storie.

La nostra vita e la nostra visione del mondo, infatti, sono strettamente connesse al punto di vista che si assume rispetto ad un particolare evento. L’interpretazione implica un rapporto tra soggetto che conosce e oggetto conosciuto, un rapporto circolare in quanto il soggetto conosce l’oggetto mediante l’assunzione di un punto di vista, il quale risulta strettamente connesso al contesto scelto per analizzare l’oggetto. Il contesto, quindi, non è statico, oggettivo, bensì qualcosa che viene modificato e plasmato in base al significato attribuito all’oggetto. L’autobiografia, la narrazione del Sé, è una composizione di testi in cui il soggetto si configura sia come attore che come narratore; i testi vengono scelti e riorganizzati per donare logicità e stabilità a Sé. Non si può fare questo senza attribuire un particolare significato alle azioni compiute e modificando, seppur solo in parte, le stesse per renderle coerenti con la struttura del Sé che si vuole perseguire e che, nella maggior parte dei casi, è una normalizzazione della propria vita ed un adeguamento agli altri.

Nell’approccio alla base di questo libro, quindi, il sentimento di identità comporta una sorta di “costruzione autobiografica tale da coordinare tra loro la stabilità e il mutamento, affinché la propria vita non appaia né troppo caotica, né troppo scontata”. L’autobiografia è, perciò, in grado di trasformare la vita in un testo mediante l’uso di schemi che possano dare un significato più ampio agli eventi.

Trzebinski affronta in modo esteso il concetto di Schemi Narrativi sul Sé (SNS), ossia un tipo di conoscenza generale, grazie alla quale vengono create e organizzate le narrazioni sul Sé. “Narrazioni sul Sé” come “processi attraverso i quali fatti, eventi o situazioni rilevanti per il Sé vengono compresi attraverso la loro collocazione dentro una trama narrativa”. Ci sarebbero, quindi, dei sistemi generali di conoscenza sul Sé in grado di guidare la capacità di capire gli eventi fondamentali della vita di ciascuno e trasformarli in storie sul Sé. Costruire narrazioni sul Sé come tentativo di attribuire un significato a ciò che accade all’individuo e come modo di influenzare gli eventi futuri: le azioni che verranno intraprese, infatti, saranno ispirate alle narrazioni in quanto “dispositivi di attribuzione di significato”.

Nella seconda parte il focus viene spostato sull’ambiente familiare e sul ruolo svolto dalle interazioni nella costruzione delle storie. Attraverso il legame madre-figlia, le discussioni familiari, i litigi tra i componenti, l’individuo impara delle strategie interpretative in grado di influenzare e donare un determinato senso agli eventi accaduti. Gli schemi principali sono quelli formati nell’ambito familiare dalle interazioni reciproche, sebbene essi cambiano e si modifichino nel corso dello sviluppo. Nel momento in cui il genitore parla con il figlio del passato, egli mette in evidenza i modi in cui gli eventi possono essere condivisi mediante la comunicazione e, in questo modo, il bambino sarà in grado di imparare da questi insegnamenti come trasmettere agli altri le proprie storie.

Fasulo e Pontecorvo affermano che il racconto è una sorta di progetto, in quanto le storie, proprio per il fatto di non essere mai neutrali, generano qualcosa di nuovo all’interno dei saperi e delle relazioni che si stabiliscono tra i partecipanti alla discussione. I genitori, mediante la narrazione, cercano di trasmettere la propria visione del mondo ai loro figli, con la speranza che si conformino ad essa e la assumano come punto di vista.

Nella terza e ultima parte, l’attenzione viene posta sul rapporto tra la narrazione e lo sviluppo cognitivo e precisamente sul ruolo svolto dai processi cognitivi nella capacità di capire l’ambiente sociale e nella realizzazione di storie. Si parte dal presupposto che ogni individuo sente il bisogno di interpretare soprattutto quegli eventi che violano la canonicità, che superano i luoghi comuni e si posizionano oltre, necessitando così di una comprensione maggiore. “Le narrazioni possono essere considerate come dei testi con i quali è possibile interpretare altri testi quali sono le azioni sociali. (...) L’interpretazione del testo delle azioni sociali avviene, dunque, attraverso la costruzione di narrazioni o resoconti narrativi”. È questo il presupposto da cui parte Andrea Smorti per affermare l’idea secondo cui le storie servono ad interpretare le incongruenze sociali, le violazioni della canonicità, per dirlo con le parole di Bruner, ossia quelle azioni che vanno contro le aspettative dell’ambiente circostante. Ovviamente questa violazione dipende esclusivamente dal punto di vista in cui si pone l’osservatore.

Oltre a questo argomento, viene affrontato anche il tema del testo come strumento per comprendere le relazioni umane e come espressione del livello di sviluppo sociale e cognitivo raggiunto dall’autore. Il pensiero narrativo è una forma di pensiero che si basa sulla produzione e sulla comprensione di storie. Esso trae le sue origini sin dall’infanzia nel rapporto con i genitori e le idee alla base delle storie del bambino si generano simultaneamente alla comprensione del mondo sociale. Nelle storie del bambino rientrano le tradizioni di una determinata cultura, ma è proprio quando egli impara a scrivere storie che comprende veramente di essere parte di quella cultura. Lo sviluppo del pensiero e della conoscenza narrativa è, come evidenziato nel contributo di Anne McKeough, un processo molto lento che impegna l’individuo per gran parte della sua vita. Nell’infanzia, il piccolo ordina gli eventi sottoforma di copioni costituiti da “stati e azioni stereotipici” che rendono il bambino in grado di collegare gli eventi in modo coerente; nella fanciullezza questa organizzazione assume un carattere intenzionale; nell’adolescenza, in fine, si costituisce una struttura interpretativa in grado di ricollegare le azioni degli individui alle proprie storie personali.

L’ultimo tema affrontato riguarda lo sviluppo del ragionamento metarappresentativo. La narrazione viene considerata un’attività in grado di collegare gli eventi narrati ai pensieri ed alle emozioni del narratore, è un ragionamento rappresentativo e un comportamento cognitivo che richiede una certa consapevolezza. La rappresentazione mentale di un determinato evento, infatti, viene connessa ad una rappresentazione mentale di Sé come agente, come colui che ha un ruolo di protagonista all’interno di quella esperienza. Il ragionamento metarappresentativo implicato nella narrazione “consiste nel giustapporre la rappresentazione mentale che un individuo ha di un evento, i suoi pensieri e sentimenti ed il senso dell’esperienza fatto dal Sé”.


Scheda nr. 8 (a cura di Chiara Illiano)

Cavarero Adriana, Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano, 1997. INDICE


Il libro è un tentativo di esplicitare, mediante il contributo della filosofia, le varie forme in cui un individuo crea e plasma il proprio ritratto mediante la narrazione. Nell’opera viene presentata una carrellata di personaggi mitologici e letterari: da Edipo ad Ulisse, da Orfeo a Sheherazade. E’ la filosofia ad insegnarci per prima che, per quanto possiamo sforzarci, non potremo mai arrivare a comprendere in pieno l’ “unicità dell’esistenza umana”, la particolarità di ogni individuo. Filo logico di tutta l’opera è proprio il concetto di unicità, così come è stato elaborato da Hannah Arendt.

Paradossalmente a volte è proprio, e solo, la narrazione a svelarci chi siamo in realtà e quindi è la narrazione che ci mostra la nostra identità, identità che comincia invariabilmente con la nascita: ne è un esempio Edipo che scopre chi è solo grazie alla narrazione altrui. Egli ignora la sua nascita, è un individuo, quindi, che ha vissuto per anni senza conoscere la sua vera identità: non sa chi è finché non incontra qualcuno che gli rivela la verità. Questo svelamento, però, è comunque infelice in quanto egli scopre dell’incesto e del parricidio commesso.

Altro esempio è Ulisse, in incognito presso i Feaci, che piange sentendo un aedo cieco che narra la sua storia. Ulisse che finalmente riesce a comprendere e a dare un senso profondo e reale alle sue vicende che, forse, fino ad allora non era stato in grado di cogliere. Ulisse, al contrario di Edipo, sa chi è, ha la propria identità; ma, nonostante questo, è grazie al racconto altrui che riesce ad acquisire in pieno il significato della propria storia.

“La categoria di identità personale postula sempre come necessario l’altro”: l’identità non ha solo un carattere proprio e oggettivo, bensì ha sia un carattere espositivo, l’uomo si manifesta e si espone agli altri, che relazionale, nell’ambiente circostante è impossibile non instaurare rapporti interpersonali. “Si appare sempre a qualcuno, non si può apparire se non c’e nessun altro”. Ogni individuo, volente o nolente, sa di essere un “sé narrante, immerso nell’autonarrazione spontanea della sua memoria”. Ogni individuo si vive mediante la propria storia, mediante i ricordi, senza che questo processo sia necessariamente cosciente. Ad ogni modo, il Sé narrabile non viene definito come il prodotto della storia di vita raccontata dalla memoria, non è una costruzione, bensì corrisponde alla pulsione narrativa della memoria.

Tra identità e narrazione ci sarebbe, inoltre, un profondo rapporto di desiderio. Il racconto viene desiderato in quanto si ha bisogno dell’unità donata all’identità, unità che deriva dalla narrazione della propria storia.

Una parte del libro è anche dedicata a quella che viene definita la tipica pulsione femminile all’autonarrazione, pulsione che si manifesta in pieno nei gruppi di autocoscienza propri del femminismo italiano degli anni ’70. Un desiderio di esprimersi, di narrarsi, che trova terreno fertile nello scenario politico dell’epoca. Sullo sfondo di questa scena viene rintracciato un desiderio di identità che sembra poter essere raggiunto solo mediante la parola, la narrazione e, allo stesso tempo, viene generato uno spazio relazionale di reciproca esibizione, definibile come politico. Solo che in questo contesto si corre un grave rischio, quello di mettere a repentaglio la propria unicità, confusa, mescolata e influenzata dalla sensazione di rientrare nell’esser donna: “Io sono te, tu sei me, le parole che una dice sono parole di donna, sue e mie”.

Gli uomini dalle origini sono impegnati in due attività: raccontare le loro storie e riportare storie di altri; ed è alla seconda che appartengono Sheherazade e Karen Blixen. Quest’ultima può essere definita la moderna incarnazione di Sheherazade: scrittrice di storie avvincenti che si dipanano in un mondo “pieno di storie, circostanze e situazioni nuove che aspettano solo di essere raccontate”. La prima, invece, è una figura molto particolare nello scenario femminile della narrazione: donna destinata a leggere, ricordare e raccontare. Ella non è l’autrice delle storie ma colei che le tramanda, è una sorta di eroina dei suoi tempi, destinata a rischiare la propria vita per salvare quella di altre fanciulle.


Scheda nr. 9 (a cura di C. Illiano)

Maria Pia Arrigoni: Narrazione e psicoanalisi: un approccio semiologico. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1998. INDICE


Il tema affrontato dagli autori in questo libro è quello della narrazione: “narrazione” intesa come modo per far conoscere qualcosa, per trasmettere conoscenza su se stesso e sugli eventi accaduti, per focalizzare l’attenzione su qualcosa. Da ciò risulta che il fine ultimo è quello di ottenere uno scopo, un effetto sul ricevente:

“La narrazione implica la comunicazione di un messaggio articolato in forma narrativa che trasmetta al destinatario un contenuto, un significato”.

Esistono due tipi di narrazione descritti in questa opera: la narrazione letteraria e quella psicoanalitica. La differenza tra le due riguarda principalmente il contenuto: la narrazione letteraria è composta da una storia che ha un senso, che ha una coerenza interna ed una struttura data, è analizzabile di per sé; al contrario, la narrazione psicoanalitica (sia essa un lapsus, un sintomo, un sogno...) veicola un messaggio che assume un senso ed un significato solo alla luce dell’emittente, non ha una realtà oggettiva e analizzabile a prescindere dal contesto in cui si genera e dal soggetto che ne è portatore. Questa seconda forma di narrazione viene vista, quindi, come una costruzione sia del paziente che dell’analista che rinarra a sua volta ciò che è stato riportato dal soggetto.

Gli autori, riprendendo le parole di White affermano: “Quando gli individui decidono di recarsi dallo psicoanalista, è segno che le loro narrazioni non rappresentano sufficientemente la loro esperienza vissuta, e in tali circostanze ci saranno aspetti significativi e vitali della loro esperienza vissuta che contraddicono queste narrazioni dominanti”.

Da questo punto se ne genera un altro di notevole interesse: la possibilità che la narrazione rifletta una verità assoluta o una verità relativa (o una “verità storica” ed una “narrativa” per riprendere i termini proposti da Spence). Un dibattito sempre aperto e affrontato, in questo contesto, prendendo in considerazione due approcci molto diversi tra loro: quello psicoanalitico e quello relazionale. Il primo, nella fattispecie rappresentato da Sigmund Freud, afferma la possibilità (anzi l’obbligo) da parte dell’analista di raggiungere con le proprie interpretazioni la verità oggettiva in grado di risolvere i problemi del paziente: lo psicoterapeuta viene rappresentato con la famosa metafora dell’archeologo che deve scavare e riportare alla luce la verità. L’approccio relazionale, riprendendo i contributi di Bruner, Spence e Gulotta, vede, invece, la verità storica come irraggiungibile, un’illusione: il paziente porta delle storie che servono a colmare delle lacune, ad esplicitare parti oscure. Egli selezionerebbe i fatti utili a supportare la propria posizione, ma non sarebbe mai in grado, né lui né il terapeuta, di raggiungere la perfezione, la verità assoluta.

Protagonisti della narrazione sono due attori: un emittente ed un destinatario. All’interno del libro viene dato ampio spazio alla trattazione di entrambe le figure, inizialmente dal punto di vista della narrazione letteraria e poi di quella psicoanalitica.

Nel primo caso vengono evidenziate le varie categorie in cui possono rientrare:

- L’emittente che può essere OMODIEGETICO (possiede una parte all’interno della storia raccontata), ETERODIEGETICO (figura esterna), AUTODIEGETICO (è il protagonista), INTRADIEGETICO (si configura all’interno della narrazione in base al livello narrativo) e EXTRADIEGETICO. Inoltre, egli viene classificato anche in base alla funzione che riveste, la quale può essere NARRATIVA (riferita alla storia), DI REGIA (riferita al testo), DI COMUNICAZIONE (riferita alla relazione tra narratore e narratario), TESTIMONIALE (rapporto tra narratore e storia) e IDEOLOGICA (commenti del narratore sulla storia).

- Il destinatario che può essere un LETTORE IDEALE (auspicato dal narratore), VIRTUALE (suscettibile di leggere il romanzo) e FITTIZIO (assume un ruolo nella trama).

Nel secondo caso, invece, riferendosi alla narrazione psicoanalitica, si può parlare di “AUTORE IMPLICITO”, ossia il costruttore della storia percepito dall’analista: “è l’immagine del paziente che emerge di fronte all’analista in base al racconto del paziente stesso (...) ed è l’immagine del paziente che il paziente stesso crea di sé nel momento in cui si narra”. Il narratore psicoanalitico può essere, riprendendo la classificazione fatta per la letteratura, omodiegetico, eterodiegetico, extradiegetico ma anche intradiegetico (seppur raramente).

Per quanto riguarda il destinatario, esso può essere empirico, reale (persona fisica dell’analista), ideale (auspicato dal paziente), fittizio (il narratario) o virtuale.

Il libro prosegue con la trattazione del tema della comunicazione e viene preso in esame il modello proposto da Watzlawick dei 5 assiomi della comunicazione che possono essere riassunti in due punti principali: è impossibile non comunicare e ogni comunicazione ha in se un contenuto e una relazione. La comunicazione in ambito terapeutico viene, quindi, vista come una interazione dinamica e complessa che si svolge nella seduta e che rientra nel cosiddetto “sistema aperto” di Watzlawick, composto dai seguenti elementi:

- Totalità: qualsiasi cambiamento in una parte del sistema ne genera altri

- Retroazioni: influenza reciproca dei partecipanti al sistema

- Equifinalità: le modificazioni del sistema dipendono anche, e soprattutto, dal processo in atto all’interno dello stesso

Nella parte finale dell’opera vengono presi in considerazione dei concetti più tecnici quali il colloquio tra paziente e analista, il conversazionalismo di Lai (inteso come centralità della conversazione nella seduta) e il dialogismo (che allude alla relazione tra i due protagonisti). In seguito viene posta maggiore attenzione sulla differenza tra narrazione scritta e orale (con la conseguenza di una maggiore efficacia dell’una o dell’altra), sul problema della trascrizione e della registrazione delle sedute (e dei vari modi di attuarla) ed infine sui problemi che derivano dalla stessa trascrizione dei casi clinici.

Il libro si conclude con l’esposizione e l’analisi di sei casi clinici di importanti psicoterapeuti di diverse scuole (psicoanalitici e sistemici), casi che vengono analizzati puntando l’attenzione sullo stile, sulle singole parole, sull’andamento sintattico del paragrafo e sui parametri personali e particolari che ogni autore mette nella trascrizione del caso.


Scheda nr. 10 (a cura di C. Illiano)

Gianmarco Manfrida, La narrazione psicoterapeutica. Invenzione, persuasione e tecniche retoriche in terapia relazionale.

Franco Angeli Editore, Milano, 1998. INDICE


“Questo è un libro imperfetto per scelta, perchè non intende insegnare una lezione, né proporre una trattazione esaustiva, ma darti degli spunti, indicarti delle strade, lasciarti delle lacune da riempire...”.

“Le storie che i pazienti ci raccontano, quelle che noi raccontiamo loro e quelle che vengono fuori (...) non sono quindi prive di significato, casualmente cangianti, prive di correlazioni con il mondo (...). Le nostre terapie hanno un senso, mai completamente identificabile forse, ma abbastanza da dare loro un’esistenza come tali e da indurci a chiamarle terapie piuttosto che incontri, conversazioni, colloqui.”

Credo che questi due passi riflettano in pieno l’argomento esposto nel libro e il punto di vista dell’autore: un libro creato come spunto di riflessione, una riflessione che parte dal presupposto che ci sia una bipolarità all’interno della seduta di analisi, un rapporto reciproco che vede due attori protagonisti che comunicano in modo vicendevole e che scambiano tra loro dei significati.

L’autore del libro, dopo aver dato spazio alla trattazione del paradigma costruttivista (e della sua visione della realtà costruita e generata dallo scambio sociale giornaliero), essenziale per la comprensione successiva del testo, inizia a trattare in modo più approfondito il tema della narrazione psicoterapeutica. Secondo Manfrida il movente che spinge i pazienti a chiedere aiuto sarebbe un bisogno di spiegazioni del proprio problema e non solo una cura ed un superamento del sintomo. Sarebbe la spiegazione, infatti, a chiarire la propria condizione e a permettere così il cambiamento auspicato, ma la spiegazione non può che manifestarsi come un racconto, una storia in grado di collegare esperienze passate e presenti.

Dal punto di vista dell’autore, un elemento da cui un buon terapeuta non può prescindere nella creazione di narrazioni è la “plausibilità” che “implica una valutazione del contesto, dei vissuti di realtà, mediata da persone significative all’interno di un rapporto affettivo”. Partendo dal presupposto che la realtà generi da un insieme di significati condivisi, infatti, un cambiamento nella percezione di essa non potrà che svilupparsi solo ed esclusivamente in un ambiente favorevole ad esso.

Altri elementi indispensabili risultano essere la capacità di convincimento della narrazione, ossia il potere di ribaltare su un piano sia emotivo che logico le precedenti opinioni del paziente, e la creazione di storie “esteticamente valide”, ossia in grado di coinvolgere emotivamente le persone. Oltre a questi punti lo psicoterapeuta dovrebbe prestare particolare attenzione alla caratterizzazione dei personaggi, ai tempi della storia, allo stile della narrazione, alla costruzione dei climax e alla coerenza sia interna (coerenza all’interno della seduta come possibilità di ricollegare gli interventi del terapeuta a quelli precedenti e a quelli successivi) che esterna (coerenza con la storia passata e presente del paziente e della sua famiglia).

Un altro tema trattato dall’autore è quello della neutralità del terapeuta come narratore: è possibile che lo psicoterapeuta sia in grado di non influenzare in alcun modo il processo terapeutico? La risposta di Manfrida è chiara, semplice e diretta: il paziente propone un testo che il terapeuta rielabora ed interpreta, modifica e restituisce, ricostruendo il tutto con la sua “arte interpretativa”, generando un effetto emotivo in grado di indurre un cambiamento. Non è quindi pensabile un approccio neutrale, a specchio, dello psicoterapeuta, in quanto ogni narrazione è un’interpretazione. Il terapeuta stesso è un interprete e viene paragonato dall’autore ad un artista, ad un musicista, ad un letterato.

L’autore continua poi la trattazione dell’argomento dedicando un capitolo alle tecniche ed agli strumenti necessari per la creazione di una storia terapeutica. Per far questo egli parte da molto lontano, giungendo fino alla retorica classica greca e latina. Egli si riferisce ai sillogismi e agli entimemi, veri o apparenti, di Aristotele di cui si farebbero portatori i pazienti e le loro famiglie nel momento in cui tentano di convincere il terapeuta che la loro visione della realtà sia quella giusta. A seguito di ciò, Manfrida fa un dettagliato elenco dei modi con cui controbattere ai pazienti e agli entimemi portati in seduta (obiezione dello stesso ragionamento, del ragionamento contrario, di un ragionamento simile, mediante giudizio di autorità).

Altro elemento ripreso dall’antichità classica e ricollegabile ai precedenti riguarda i Topoi, i luoghi comuni, presenti nel racconto del paziente e dei suoi familiari e derivanti dal contesto culturale cui appartengono; per questo motivo è fondamentale, da parte dello psicoterapeuta, una conoscenza approfondita della società e della cultura di appartenenza del paziente. Secondo Berenger e Luckmann, la funzione dei luoghi comuni sarebbe quella di diffondere e confermare punti di vista comuni e per questo motivo verrebbero usati strumentalmente per imporre al terapeuta il proprio modo di vedere. Lo psicoterapeuta deve essere in grado di riconoscere questi topoi e di usarli egli stesso per riuscire a condurre il paziente verso un nuovo modo di vedere la propria vicenda che comporterà inevitabilmente un cambiamento terapeutico.

Il riferimento all’antichità continua fino alla fine del libro che si conclude con un’accurata esposizione delle tecniche retoriche che, secondo Manfrida, dovrebbe possedere ogni buon terapeuta. Egli paragona quest’ultimo ad un oratore e, riprendendo alcuni passi del De Oratore di Cicerone, delinea diversi suggerimenti utili per una buona terapia: bisogna essere in grado di valutare correttamente ed accuratamente il contesto in cui si opera l’intervento, le caratteristiche degli ascoltatori, il rapporto interpersonale che si viene costituendo ed il coinvolgimento emotivo del terapeuta che, inevitabilmente, viene generato.


Scheda nr. 11 (a cura di C. Illiano)

G. Martini, Ermeneutica e narrazione: un percorso fra psichiatria e psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 1998. INDICE


Il libro di Martini alla lettura risulta ricco di temi e di materiale, pieno di riferimenti storici e di spunti tecnici. Filo conduttore del libro è una precisa ed accurata contestualizzazione degli argomenti trattati che vengono puntualmente inquadrati in un determinato contesto storico e viene, inoltre, posta dall’autore grande attenzione alla storia che sta alla base della loro nascita e del loro sviluppo. Questo avviene soprattutto nella prima parte del libro, mentre la seconda parte è tendenzialmente una trattazione tecnica del processo di narrazione che si manifesta durante la seduta di analisi: si passa dal paziente come narratore (con le sue possibilità e modalità di narrazione), dalla particolarità della produzione del paziente schizofrenico (con la sua caratteristica carenza di un “Io narrante”, ossia di un soggetto che gestisca il discorso); fino agli attori in gioco, alla competenza dell’analista, agli stili della narrazione ed ancora al ruolo del terapeuta come narratore, alla sua capacità di scrivere una cartella clinica e di fare un’anamnesi.

La prima parte, invece, come già affermato, tratta più approfonditamente i concetti base della narrazione e dell’ermeneutica e l’approccio adottato dall’autore riguardo questi temi.

Il libro si apre con una dissertazione sul bisogno di narrazione come esigenza primaria e universale: raccontare e raccontarsi come una delle più antiche attività dell’uomo, come una necessità elementare e immediata, alla pari di quelle di provenienza somatica o sociale.

Riprendendo un tema che verrà analizzato a lungo nel corso dell’opera, ossia il concetto di “incomprensibilità” di Jasper, l’autore afferma che “ogni narrazione è un tentativo di comprendere se stessi e il mondo che sembra rispondere a istanze molto profonde” : l’uomo sarebbe particolarmente intollerante verso l’ignoto e tenderebbe così a superare il senso di incomprensibilità che lo pervade mediante la narrazione. Ma anche “bisogno di raccontare come originantesi dalla necessità di frapporre uno spazio tra l’irruenza delle emozioni e il sé che le deve sì vivere, ma anche pensare e ordinare per non rimanerne sommerso”. . Narrazione, quindi, come tentativo di costituire uno spazio distaccato dalle emozioni, lo stesso spazio che sarebbe anche il fine ultimo di tutte le psicoterapie: attraverso la parola e il racconto si creerebbe una distanza indispensabile nel momento in cui le nostre emozioni diventano troppo forti e corrono il rischio di sommergerci.

Oltre alla creazione di questo spazio, la narrazione svolgerebbe un’altra funzione indispensabile per l’uomo, ossia quella di riuscire a stabilire una ri-significazione di ciò che si è vissuto e un recupero del passato mediante un confronto con le dimensioni della perdita e del ricordo.

Lo psichiatra psicoanalista, secondo Martini, deve essere in grado di assumersi la sua “naturale funzione di narratore (e prima ancora beninteso, di ascoltatore)” : egli si trova continuamente in contatto con il mondo della narrazione, sua o del paziente, e deve essere consapevole di ciò. Tutto il suo lavoro parte da una narrazione e ad essa ritorna.

Dopo aver affrontato a lungo il tema della narrazione, viene preso in considerazione l’altro concetto portante del libro: l’ermeneutica. Secondo l’autore, infatti, l’incontro della psichiatria con la narrazione non può che condurre a quello con l’ermeneutica: “si ha ermenia -afferma Ricoeur- dal momento che l’enunciazione è un cogliere il reale per mezzo di espressioni significanti, e non (come l’esegesi) un estratto di pretese impressioni venute dalle cose stesse” . L’ermeneutica è un’arte dell’interpretazione, il suo luogo privilegiato è la dimensione simbolica e sarebbe percorsa da tre istanze, una per ogni suo compito:

- Istanza veritativa: Ricerca del significato nel rispetto del testo e delle intenzioni del suo autore

- Istanza costruttiva: Il conferimento, una volta acquisito il significato, di un’ulteriore significatività, nella prospettiva di un’apertura verso nuovi orizzonti

- Istanza etica: La capacità di riuscire a convertire tale testo nella rappresentazione di un mondo che i pazienti potranno abitare.

L’ermeneutica in psicoanalisi si andrebbe a configurare, in teoria, come un metodo per riuscire a rendere significato all’esistenza del paziente, ad attribuirvi sensi che portano ad una maggiore libertà e responsabilità: “se occorre comunque ripercorrere con il paziente la sua storia ...) non è però per far riemergere la scena primaria o consimili ricordi traumatici, bensì, principalmente, per farne riemergere un significato”. Generare quindi significato, riuscire a combattere la paura dell’ignoto e l’incomprensibilità dell’esistenza e delle esperienze passate, per dare nuova luce e nuovi significati a storie fino ad allora enigmatiche. L’azione terapeutica dell’analisi si manifesterebbe come una rinarrazione dell’esperienza umana in un ambiente duale, con la presenza significativa e partecipe dell’altro che deve essere in grado di ascoltare e narrare.

Martini delinea alcune ragioni che proverebbero il bisogno e l’urgenza di usare l’ermeneutica anche in psichiatria e non solo in psicoanalisi:

- La psichiatria si rivolge ad una soggettività che non è comprensibile. Essa studia i disturbi delle relazioni, che si manifestano attraverso il comportamento ed il linguaggio umano, e comprende perciò l’individuo nella sua totalità.

- La psichiatria è sempre narrazione di una storia.

- Essa implica una interazione.

- La psichiatria si occupa di sintomi il cui valore non è solo segnico ma anche simbolico.

- Essa trova il suo oggetto specifico nel “fatto mentale”, che si contraddistingue, a sua volta, per possedere caratteristiche di incommensurabilità.

È proprio su quest’ultimo punto che l’autore si sofferma a lungo, sull’incommensurabile, che determina una sorta di evoluzione del termine “incomprensibile”. Mentre il secondo, infatti, sta ad indicare un qualcosa che necessita di una ricerca cosciente di senso, con il termine ”incommensurabile” viene indicato tutto ciò che non è “commensurabile”, ossia “la presenza e la persistenza di un altrove, rispetto al topos del nostro discorso, che può essere solo approssimato”. L’incommensurabile, quindi, risulta non conoscibile perfettamente e precisamente, ma può essere solo approssimato dal pensiero; questa conoscenza, perciò, risulta sempre incompleta e imperfetta, ma comunque decisamente necessaria. Credo che una frase riesca a rendere ragione a quanto detto e a riassumere in breve l’ampio argomento trattato nel libro:

“La psichiatria può definirsi ermeneutica in quanto rinviene il suo campo di applicazione elettiva proprio al confine fra interpretabile e ininterpretabile. Ciò che sempre bisogna tenere presente è l’andamento graduale dell’incommensurabilità: un pensiero, un sogno possono avere un fondo di incommensurabilità maggiore di un altro.”


Scheda nr. 12 (a cura di C. Illiano)

E. Confalonieri e G. Scaratti: Storie di crescita. Approccio narrativo e costruzione del Sé in adolescenza. Edizioni Unicopli, Milano, 2000. INDICE


L’adolescenza è notoriamente uno dei periodi più difficili della vita di ogni individuo, una fase critica piena di incertezze e di difficoltà. La società e la famiglia si aspettano che l’adolescente diventi “maturo”, responsabile, in grado di acquisire un’indipendenza economica, una solida vita affettiva e una capacità di diventare agente attivo nel mondo, una persona in grado di affrontare la vita e non di subirla passivamente. La sfida dell’adolescenza è anche una sfida “narrativa”: l’adolescente deve riuscire a creare storie che generino senso a ciò che sta avvenendo nella sua vita e ai cambiamenti che si trova ad affrontare. La cultura contribuisce a formare l’adolescente mettendogli a disposizione quelle conoscenze implicite grazie alle quali ogni persona può trovare utili modi di agire in diversi contesti, condividendo con il resto della società valori e idee e comunicando tali significati in modo utile e proficuo per la propria crescita. È questa la prova più difficile che deve affrontare l’adolescente: la necessità di creare una propria identità, di trovare un proprio equilibrio interiore, tramite il confronto con gli altri e la narrazione/costruzione di sé stesso. Questo è il presupposto da cui parte il libro, un libro che raggruppa una serie di articoli e contributi, divisi in due parti, di ricercatori e psicologi sul tema della narrazione in adolescenza. Nella prima parte si affronta, in modo teorico, la prospettiva alla base del libro con i contributi di Scaratti, Di Blasio e Brockmeier e Harrè.

Secondo Scaratti, l’individuo si troverebbe immerso completamente in un ambiente socio-culturale da cui non può prescindere neanche nella costruzione della propria identità: quest’ultima, infatti, si genererebbe dall’interazione con gli altri e dai processi relazionali che intervengono durante l’esperienza di ogni individuo. Ciascuno deve necessariamente regolare la propria attività mentale condividendo i significati, le credenze, i valori e le intenzioni sia proprie che dell’altro. Il senso attribuito alle varie esperienze di vita non sarebbe un processo individuale e soggettivo, bensì un percorso ricco di interazioni e comunicazioni con il mondo circostante: “per diventare se stesso, il soggetto è chiamato ad interpretare e coordinare le diverse interpretazioni degli scenari che deve affrontare, in qualche modo a provare costruzioni di significati possibili per vedere l’effetto che fa’”. Conoscenza come costruzione derivante da un processo interattivo inserito in un dato contesto storico-culturale in cui i soggetti cercano di dare, a volte con molta difficoltà e sofferenza, un senso e un significato agli altri, al mondo e a se stessi. Un significato non unico ma variegato, molteplice, ricco di numerose sfumature; una molteplicità di letture e interpretazioni, una necessaria ricerca di significato attraverso una “costante mediazione semiosica (inerente le condizioni della produzione di segni e delle loro interpretazioni) e semiotica (relativa all’attribuzione di significati)”. In questa prospettiva, i racconti autobiografici inventano il Sè e trasformano l’esperienza di vita di ciascuno in un testo. L’autobiografia permette una rilettura e una ricostruzione consensuale di significati nella propria cultura di appartenzenza e l’identità si inserisce in una “strutturale ed originaria disposizione del soggetto ad accettare ed assumere il gioco della condivisione dei significati, attraverso continui aggiustamenti adattivi”.

Paola Di Blasio, invece, punta l’attenzione sulle cosiddette “storie di vita difficili”, ossia quelle storie che vedono come protagonisti bambini abusati fisicamente, psichicamente e sessualmente. Queste esperienze precoci causerebbero problemi non solo nella regolazione delle emozioni, ma anche nella capacità di comprendere le proprie e quelle altrui. Spesso questi bambini vivono in famiglie composte da un genitore abusante e da un altro genitore non in grado di aiutare il figlio ad elaborare e superare queste esperienze; per questo motivo il bambino svilupperà un’incapacità di interpretare correttamente il comportamento altrui che verrà esclusivamente visto come connotato di valenze negative a causa delle esperienze sfavorevoli precedentemente accumulate, generando così eccessiva rabbia e ostilità. Nella maggior parte dei casi il piccolo non può neanche verbalizzare ciò che gli accade e questa impossibilità si riflette nell’evoluzione del Sé e nella memoria delle proprie esperienze: “la funzione primaria della memoria non consiste in una semplice registrazione fotografica, statica e contestuale degli eventi, ma in un processo dinamico e interpersonale dei significati sociali e culturali, che si articola e si modula anche in connessione con il racconto dell’esperienza stessa”. Secondo la teoria dell’attaccamento, è fondamentale la presenza di figure significative stabili e legami affettivi sicuri per poter permettere lo sviluppo della capacità di monitoraggio metacognitivo (possibilità di pensare sul pensare) e la competenza autoriflessiva (abilità di mentalizzare, ossia di rappresentare il comportamento mediante stati mentali). La salute mentale sarebbe strettamente connessa alla possibilità di manifestare e condividere con gli altri le proprie esperienze negative e le emozioni ad esse connesse. In caso contrario si manifesterebbe la cosiddetta “ruminazione mentale”, ossia una “reiterazione mentale senza fine che impedisce la riorganizzazione emotiva”.

Il contributo di Brockmeier e Harrè si focalizza sul tema della narrazione, sulla sua eziologia e sul suo significato. Narrazione come unica via in grado di costruire i significati dei testi e dei contesti dell’esperienza umana, come “insieme di strutture linguistiche e psicologiche, trasmesse a livello storico-culturale, delimitate dal proprio livello di padronanza e dalla personale combinazione di tecniche comunicative e sociali e abilità linguistiche e, nondimeno, da alcune caratteristiche personali come la curiosità, la passione e, qualche volta, l’ossessione.” Ogni volta che si racconta qualcosa, sia in modo verbale che in modo scritto, si usa una forma narrativa, ossia si presenta il materiale come una storia raccontata seguendo una norma convenzionale. Le narrazioni sono “forme immanenti al nostro modo di produrre conoscenza le quali, a loro volta, strutturano l’esperienza circa il mondo e noi stessi.” Esse rappresentano un insieme di regole che raggruppano ciò che è definito coerente e accettabile all’interno di una data cultura, sono un insieme di norme che delineano quello che è ammissibile e augurabile per una “corretta” condotta di vita culturalmente stabilita; le narrazioni sono modi di conseguimento di conoscenza, di strutturazione dell’esperienza e di organizzazione dell’azione.

La seconda parte raggruppa una serie di ricerche sull’argomento condotte mediante l’uso di produzioni discorsive autobiografiche ed il cui focus, in quasi tutti i casi, ruota attorno all’uso degli indicatori individuati da Bruner:

- Azioni, atti intenzionali: azioni di libera scelta.

- Impegno: adesione ad un’azione voluta.

- Risorse: beni impegnati nel progetto.

- Riferimento sociale: riferimenti dell’individuo nella fase di scelta degli obiettivi da perseguire.

- Valutazione: valutazione di prospettive, risultati e progressi.

- Qualia: segni della soggettività del Sè.

- Attività auto-riflessiva: aspetti metacognitivi del Sé e attività riflessiva.

- Coerenza: integrità degli atti.

- Localizzazione: Come il Sé viene collocato nel tempo, nello spazio e nell’ordine sociale.

La ricerca svolta da Aleni Sestito e Parrello è volta ad individuare i vari momenti di costruzione del Sé nelle fasi della vita che richiedono una revisione del passato e una formulazione di piani per l’avvenire. Il campione di soggetti è rappresentato da 193 ragazzi divisi in tre sottogruppi con età variabile che comprende sia il secondo decennio di vita che il terzo. Le ipotesi riguardano “la relazione tra persistenza, autoefficacia e capacità progettuali ed inoltre l’incidenza della variabile età sulla strutturazione temporale della narrazione autobiografica”. I risultati mostrano, con il progredire dell’età dei soggetti, un aumento della ricchezza e dell’ampiezza delle narrazioni autobiografiche ed una maggiore centratura sul presente con impoverimento delle narrazioni relative al futuro. Appare, quindi, evidente una maggiore difficoltà a progettare proprio nei soggetti maggiormente impegnati a fare scelte e a prendere decisioni importanti per la propria vita futura. Questi ragazzi si trovano in una fase ricca di incertezze e questo maggiore investimento sul presente potrebbe essere spiegato da un tentativo “di dispensare i giovani dal più incerto e gravoso investimento sul futuro”.

Il contributo di Bastianoni e Melotti si focalizza sulla rappresentazione di Sè che hanno i ragazzi italiani e quelli stranieri e la differenza esistente tra i due gruppi. Il campione raggruppa 146 studenti italiani e stranieri compresi tra gli 11 e i 15 anni e residenti in Emilia Romagna. Dalla ricerca emerge una forte differenziazione in entrambi i gruppi soprattutto per quanto concerne le definizioni del Sè. Gli stranieri, infatti, danno una definizione più generale e familiare, meno esposta a cambiamenti culturali, usando un vocabolario elementare, più consono alla fase evolutiva dell’infanzia. Gli italiani, invece, non dovendo provare la propria appartenenza ad una cultura, si riferiscono a dimensioni relazionali e ad aggettivi positivi (ottimista, fiducioso). Risulta, quindi un ambiente ancora fortemente connotato etnicamente, in cui c’è ancora la richiesta rivolta allo straniero di cambiare e modificare il proprio atteggiamento tenendo in considerazione la cultura in cui sta difficilmente tentando di inserirsi.

La ricerca di Emanuela Confalonieri è volta ad evidenziare le differenze di genere riscontrabili nelle narrazioni di 34 soggetti di età compresa tra i 15 e i 17 anni e frequentanti due diverse scuole medie superiori di Milano. Dalle narrazioni autobiografiche risulta una maggiore produzione da parte delle femmine con una facilità ed un desiderio maggiore di raccontare Sé e il proprio mondo, le figure significative che hanno caratterizzato la loro vita e le emozioni provate nel corso della stessa; mentre i maschi si raccontano senza prolungarsi troppo, generando racconti di media lunghezza e concentrandosi soprattutto sugli scopi e gli obiettivi da raggiungere, senza dilungarsi troppo sulle emozioni provate.

Tomish e Ardino evidenziano le differenze delle narrative di 14 adolescenti e 14 giovani adulti che si affacciano al mondo ed alla società in cui vivono, concentrandosi principalmente sul modo in cui si affrontano le transizioni di vita e il modo in cui esse contribuiscono a modificare e ridefinire l’identità dell’individuo. Da una parte si posiziona l’adolescente che si trova a doversi confrontare con un tentativo di costruire un Sè incerto e dall’altra c’è il giovane adulto che si focalizza maggiormente sul rapporto con il contesto sociale in cui si trova ad agire. I ragazzi più giovani affrontano il proprio compito volgendosi prevalentemente alla dimensione della percezione autoriflessiva della realtà e alle proprie capacità di introspezione, mentre quelli più grandi si mostrano sempre più coinvolti nella rete sociale di appartenenza.

In conclusione viene presentata la ricerca di Guglielmetti, Marta e Peri volta ad indagare il mondo dei giovani impiegati in attività di volontariato ed il loro modo di percepire se stessi in questo ambiente. I 20 soggetti d’indagine, con età compresa tra i 19 e 24 anni, mostrano di usare maggiormente la categoria relativa al Sé psicologico, ossia alle caratteristiche individuali che vengono, però, fatte confluire negli aspetti che riflettono le capacità o le interazioni sociali. La dimensione più importante e tenuta maggiormente in considerazione, infatti, risulta essere sempre il contesto sociale e la loro interazione con esso; mostrando, rispetto agli altri coetanei, una maggiore capacità di riflessione su se stessi.


Scheda nr. 13 (a cura di C. Illiano)

Cavallo Michele, Il racconto che trasforma, EDUP, Roma, 2002. INDICE


“Aspetti linguistici, comunicazionali, relazionali, storici, influiscono nel determinare la nostra soggettività”: è da qui che parte e si dipana l’opera di Cavallo, un’opera che raccoglie numerosi contributi e che si focalizza sul tema dell’identità. Dagli autori viene espressa la possibilità di riformulare i problemi dell’identità e del linguaggio in termini retorico-narrativi, intendendo per “retorica” la “scienza della costruzione che non esclude l’analisi, la logica, l’interpretazione ma le contiene, ponendosi (...) ad un livello logico superiore”. Retorica come forma universale di comunicazione umana, in grado di specificare la vita sociale. La narrazione viene definita da Cavallo come un modello di analisi e di costruzione del Sé e la retorica può essere ricondotta a tre sensi principali: un processo che porta alla produzione di un discorso argomentativo (ambito della psicologia e della filosofia), lo studio del discorso persuasivo (semiologia) ed un magazzino di soluzioni comunicative (linguistico e semiotico).

La retorica viene configurata come scienza cognitiva grazie ai contributi di studiosi che riprendono i lavori di Ricoeur, Lacan e Lotman. Le figure retoriche assumono una specifica funzione di elaborazione degli aspetti della narrazione, in quanto traducono dinamiche e conflitti intra e intertestuali in cui “il lettore può muoversi per trasformare dei segni in unità semantiche vive ed evocative”.

Un’ampia parte è destinata alla trattazione dell’aspetto retorico di costruzione d’identità: il Sé nasce dal racconto, sia esso scritto o orale, che si fa di esso e la condizione di patologia può essere definita come un’incapacità di raccontare. Per tutta l’esistenza si cerca costantemente di riconfigurare la propria vita in una storia coerente: tutti possono raccontare, ma il vero significato della vita può essere raggiunto solo se si creano ricostruzioni più “analitiche” e meno autobiografiche. L’identità non è un qualcosa di semplice ed immediato, non è ciò che il soggetto conosce, ciò che sa di se, bensì è proprio quel qualcosa che si posiziona tra ciò che sa e ciò che non sa, tra il conscio e l’inconscio; ed è qui che trova un posto importante la scrittura: proprio questo scarto può essere rappresentato come spazio tra ciò che viene pensato e ciò che viene scritto. Secondo Cavallo, la scrittura è un utile metodo di cura che può essere usato per superare un trauma, un lutto o una perdita, in quanto ha una potente capacità riparativa e favorirebbe la conoscenza ed il contatto con i propri vissuti. Mentre si scrive, si collegano passato e presente, tutti gli eventi confluiscono in un unico momento. È a questo che può essere collegato il contributo di Cavallo su Sant’Agostino: “la memoria rende presente il passato e permette di far coincidere passato e futuro assoluto come se il futuro fosse già stato vissuto; (...) l’inizio e la fine diventano interscambiabili per la vita che esiste fattualmente e che nella relazione retrospettiva si interroga sul proprie essere”. Riportato al presente, il passato può finalmente assumere un nuovo senso. La pratica dello scrivere è in grado di sviluppare una “coscienza metalinguistica. (...): instaura, infatti, una rappresentazione particolare della realtà esterna e interna di un individuo, determinando un movimento continuo che tende ad una sempre maggiore comprensione, includendo un sapere linguistico ed extralinguistico, un sapere nel mondo”.




Antonio Dorella, socio del Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto.

Chiara Illiano, collaboratrice tirocinante presso il “Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto” (marzo-settembre) 2006)

Maria Themeli, collaboratrice tirocinante presso il “Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto”. (marzo 2006-marzo 2007)