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Luciano del Pistoia

I duri veli. Viaggio psicopatologico attraverso l’inferno di Dante.

Publied sas Lucca 2010.

Recensione di Luisa de Paula




L’Inferno così non ce lo avevano mai raccontato. Luciano del Pistoia, psichiatra appassionato di Dante, ha raccolto nella sua città di Camaiore (Lucca)i commenti orali ad alcuni dei canti più noti della Divina Commedia e li ha rivisitati con la lente dello psicopatologo. Risultato: un viaggio avvincente nei meandri delle anime dei dannati che, scavando nel profondo, ci restituisce anche alcuni tratti tipici della personalità umana. Non aspettatevi, infatti, un’analisi clinica dei personaggi dell’universo dantesco, ché non c’è nulla di più distante dalle intenzioni dell’autore. Ciò che vi si propone è piuttosto un’indagine strutturale, fenomeno logicamente orientata,dei caratteri e dei vissuti, che procede intrecciando il sapere psicopatologico alla lettura popolare di Dante e ai commenti specialistici.

Francesca, Farinata, Brunetto Latini, Ulisse e il conte Ugolino sono i protagonisti di un itinerario di ricerca che rintraccia nei vissuti le analogie strutturali tra delirio cronico e dannazione. L’analisi dei caratteri fa emergere innanzitutto un modo peculiare di percepire il tempo, che viene perde ogni ritmo e ogni sviluppo per essere ridotto a tempo figé, tempo morto, tempo piatto. Privato del futuro, il suo orizzonte si restringe, fissandosi ossessivamente su un passato segnato dalla colpa che invade il presente e lo obbliga a un’infinita ripetizione. Così, per esempio, il conte Ugolino nel XXXIII canto è costretto a ripetere ogni volta l’atto di fagocitare la nuca dell’arcivescovo che continuamente si riforma: il questo modo, reiterando il peccato e sancendo l’inanità della vendetta, afferma l’impossibilità di ogni evoluzione temporale. Analogamente, le piaghe dei seminatori di discordia vengono rimarginate ogni volta, prima che loro tornino a passare davanti al diavolo per essere ancora colpiti dalla sua spada e subire sempre di nuovo l’identico tormento. La ripetizione ad infinitum dello stesso supplizio ricorda il rovello mentale del delirante cui torna ostinatamente a ripresentarsi sempre lo stesso tema. Ma il tempo vissuto dai dannati fa pensare anche ai depressi malinconici sui quali il passato incombe come un blocco monolitico, impossibile da rileggere o da riprendere in un progetto. Ciò che fa da sfondo all’invadenza di una memoria fossilizzata è la mancanza di speranza, ovvero la disperazione. E’ ciò cui allude la celebre ingiunzione sulla porta dell’inferno: “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Su questo punto si chiarisce l’ottica del libro, che propone una visione strutturale e non quantitativa della dannazione. A distinguere la nostra disperazione dalla disperazione di un dannato o di un depresso, infatti, non è un indice quantitativo ma, piuttosto, il fatto che il nostro vissuto è legato alla perdita di un oggetto e si riferisce quindi a un contenuto, mentre il dannato e il depresso hanno perso la capacità stessa di sperare, ovvero la forma della speranza. A bloccarsi, in questo caso, è la dialettica dell’errore e della correzione che, a partire da un atto compiuto, ci permette di riprenderlo per migliorarlo o per ripararlo, e di portarci quindi a un’evoluzione.

L’incapacità di evolvere e la connessa perdita della speranza sono legati a un altro tratto peculiare dell’anima dei dannati che presenta risonanze psicopatologiche: la spersonalizzazione. I personaggi dell’inferno hanno perduto quella ricca articolazione di ruoli che costituisce l’identità di ciascuno, e la colpa ha preso il posto della loro persona. Fisicamente sono stati ridotti a bestie, piante o materia non vivente, che rappresentano in un crescendo i tre livelli della degradazione umana. Non hanno più dignità, e sono immersi in un paesaggio terrificante che nega loro ogni familiarità. Il loro essere nelle mani di Caronte ricorda l’esperienza psicopatologica dell’automatismo mentale, in cui il paziente ha la sensazione di essere in balia di un potere anonimo ed oscuro e vive in un’atmosfera di cupo terrore. All’origine di tale vissuto c’è uno sradicamento che fa perdere all’Io il proprio fondamento nel mondo quotidiano ed abituale, imponendogli un senso di straniamento e di annientamento. La trasparenza dei propri pensieri all’altro – nell’Inferno a Minosse – è infine l’ultimo elemento che assesta un colpo definitivo all’identità della persona, negandone l’invulnerabile mistero.

Il lato dell’anima dei dannati che però forse maggiormente ci tocca è la superbia, che sembra essere così fortemente connaturata alla nostra natura. Testimoniata dal mito di Prometeo, di Adamo e di Lucifero, la superbia è il filo rosso che unisce le storie pur tra loro così diverse dei dannati. Risvolto a quanto pare inevitabile dell’intelligenza umana, quella che per i greci era la ubris, è la ribellione contro i limiti umani e può assumere diversi volti. In Francesca, la cui passionalità ricorda i querulomani, gli erotomani e i gelosi, corrisponde all’assolutizzazione dell’amor cortese e al rifiuto la giustizia divina che ha punito la sua colpa. Francesca ama Paolo come amerebbe un adolescente: proiettando su di lui il suo Io ideale e investendolo di un sentimento fusionale che cancella l’alterità dell’altro trasformandolo in un’appendice narcisistica del proprio Io. Per di più eleva la sua passione al di sopra di tutto, anteponendola alla legge divina che ne ha sancito la peccaminosità e rivendicandola come legittima. Eppure, nonostante la sua protervia impenitente e luciferina, o forse proprio per questa, Francesca ci conquista. Nel suo grido di rivolta sentiamo infatti vibrare tutte le corde della libertà e dell’amore che fanno di questo personaggio una figura proemeteica e profondamente umana.

Meno grandioso è il personaggio di Brunetto Latini, in cui la superbia diventa brama smisurata per la fama e per i beni mondani. Il tratto che lo accomuna a Dante è il desiderio di conoscenza che però non ha la finalità nobilitante di approfondire il senso della vita, bensì quella effimera d’ingraziarsi i favori del mondo. Lo stesso tratto lo incontriamo in Ulisse, dove la passione per la conoscenza si trasforma in una sfida aperta a Dio. Il protagonista del XXVI canto dell’Inferno mira infatti all’onniscenza. Il suo sapere è dispersivo e molteplice, piegato a una brama narcisistica che rinnega le relazioni familiari e l’umano coesistere. Ma, a dispetto della sua infernalità, suscita una stupita ammirazione. Questa brama perennemente insoddisfatta, infatti, è l’antidoto al quietismo della ragione e il motore dell’intelligenza umana. Specchiandoci in Ulisse possiamo riconoscere tutta la nostra insofferenza per i limiti che ci sono connaturati e l’inquieta tensione a trascenderli. In lui ammiriamo il coraggio con cui si spinge oltre il suo mondo familiare, alla ricerca di nuovi ed inesplorati orizzonti. La dannazione di questo personaggio non è nel dinamismo irrefrenabile della ragione, che ne fa anzi un nostro inconfessato alter ego, ma piuttosto nella sua divinizzazione: “Ulisse incarna il desiderio dell’uomo di farsi dio di sé stesso ma anche il desiderio di dimostrarlo andando a misurarsi con colui che dio a questo punto può soltanto ritenere di esserlo” (p.121). Ciò che viene a mancare ad Ulisse è il riconoscimento che l’uomo non può bastare a se stesso e che ha continuamente bisogno di altro da sé in cui trascendersi: con la sua pretesa di autonomia la ragione non fa che dirigersi verso la propria autodistruzione. Dante esprime poeticamente una tendenza strutturale alla disumanizzazione che Sartre avrebbe spiegato filosoficamente parlando dell’aspirazione del “per-sé” (la coscienza) a divenire “in-sé” (l’essere, ciò che è fuori della coscienza e che entra in relazione con essa), trasformandosi in un “per- sé-in-sè” che è insieme la sua divinizzazione e la sua morte.

L’ultima figura in cui s’incarna la superbia è quella del conte Ugolino. Qui il peccato assume la forma di un ripiegamento narcisistico su di sé che si traduce in megalomania e disprezzo dell’altro, e che ha un suo risvolto inevitabile in una solitudine senza fondo. Ripercorrendo le terzine dantesche, Del Pistoia ci mostra come il protagonista del XXXIII canto dell’Inferno sia incapace di riconoscere nei figli qualcosa di più che proiezioni del proprio desiderio, e come, negandogli ogni alterità, non possa neppure provare compassione nei loro confronti. La superbia di Ugolino è uno smisurato amor di sé, e il suo rimuginare ossessivo sull’offesa rimanda al delirio. Anche questo personaggio, tuttavia, ha la sua grandezza: quella “di chi non ha rinnegato il suo disegno di vita e che ancor meno accetta qualcuno che si arroghi di giudicarlo” (p.143). La sua ribellione prometeica al potere divino assume il valore di una denuncia dell’inevitabile portato di violenza che porta con sé ogni potere.

Scritto in maniera semplice ed accattivante, “ I duri veli” ci restituisce il fascino intramontabile dei personaggi danteschi, offrendoci al contempo uno sguardo inedito sulla loro prorompente umanità. Buona lettura a tutti.