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Aldo Carotenuto

Le lacrime del male

Milano, Bompiani, 1996



"Ma non potremo mai sottrarci al richiamo dell'ignoto che avanza verso di noi con le sembianze dell'altro o dell'altra, perché attraverso tutto il bene e tutto il male che può provenirci dall'incontro noi veniamo plasmati, assumiamo un profilo psicologico personale. Ci viene dato un volto e un nome". (Le lacrime del male, p. 147)

Credo non esista miglior modo per cominciare che con un finale, cullati dall'idea che là dove finisce la terra della parola si aprono gli orizzonti del pensiero. "Un volto e un nome".

Chiuso il libro su queste parole, quasi a non volerle lasciar fuggire, il corso dei pensieri cominciava ad accarezzare quell'ultimo scoglio: proprio come le quiete acque del ruscello si divertono a danzare attorno alla pietra che, impudente, ne turba il passo.

Davanti a simili e improvvisi flussi e reflussi del pensiero, anche il lettore più attento e "disincantato" non può che sancire la disfatta della sua pretesa obbiettività.

Le lacrime del male, pur appartenendo a quel genere chiamato saggistica, si distendono sotto il nostro sguardo di lettori affamati risvegliando affetti ed emozioni che credevamo di aver definitivamente sepolto dal lontano Secolo dei Lumi. Ma qui la ragione non c'entra più, o almeno non primariamente. Proprio come in un romanzo ci lasciamo guidare e istruire dall'emergere istintivo dei sentimenti, che non può e non sa mentire. Profanata anche l'ultima pagina del libro, dobbiamo continuare a esaminarle e interrogarle perché, come scriveva Virginia Woolf, "se nulla sopravviverà a queste riflessioni, tanto meglio cestiniamo il libro e facciamola finita. Ma se sopravvive qualcosa, collochiamolo per sempre tra i capolavori universali".

Dunque è questo che fa di un libro il soggetto ideale di una recensione, ma ancor prima di una riflessione: la sua capacità di evocare un volto o un nome che, divenuti stranamente familiari, continuino a segnare il passo del nostro incedere.

A quanti possono ancora permettersi di pensare che il male sia una dimensione estranea alla realtà del loro quieto vivere, - noi lettori appassionati - consigliamo di ricominciare a vivere tra le pieghe di queste pagine che racchiudono la radice della sofferenza e il seme dell'assenza. Quell'assenza che animava e muoveva la poesia di Emily Dickinson, quell'assenza che, radice e nucleo del dolore, ci induce all'autentica coscienza dei limiti e delle potenzialità creative del nostro agire.

Di questa mancanza, di questo volto dimenticato ma un tempo amato, sono proprio Le lacrime del male a ricordarci il nome; e la nostalgia che si eleva dalla parola scritta nasce dalla segreta consapevolezza che là dove un'immagine c'è dato di vedere, ve ne sono altre mille inesplorate.

Cominciamo dunque il nostro viaggio, nell'accezione che i romantici amavano dare del termine, con la mente che traccia un sentiero attraverso la valle dell'ombra. Sono questi i suggestivi titoli dei primi passi compiuti. Quasi a ricordarci l'ineffabile "pesantezza" della memoria che aleggia su ogni nostra scelta, scopriamo che "non c'è possibilità di compiere azioni che non lascino dietro di sé tracce d'ombra". Si tratta di quella pesantezza che affiora dal passato e che, se necessaria ad assicurare una dimensione storica e la continuità dell'Io, può trasformarsi in quell'incertezza che fu fatidica ad Orfeo. Il tempo e la storia sono i nostri limiti, ma anche quel fragile involucro capace di garantire alla nostra esistenza compiutezza e finalità. Ascriviamo pertanto al destino, nella sua natura spazio-temporale, la possibilità di inserirci in un senso; ma lasciamo poi alla nostra mente la libertà di rompere le righe.

Ecco allora che nel "guardarci alle spalle", riconducendoci all'origine, dobbiamo necessariamente concepire l'idea di una fine, seppur aleatoria, con cui confrontarci. La fine, e con essa il senso, giocano il ruolo degli eterni assenti, l'incerto baratro del divenire al cui cospetto nasce e cresce l'autocoscienza.

Coscienza dunque come dimensione dell'assenza, come tensione all'infinito trascendersi; ma attenzione - ci mette in guardia l'autore - il desiderio d'infinito non deve inaridire il presente in ragione di un sempre potenziale futuro, pena la schiavitù del Prometeo incatenato. Seguendo la metafora del viaggio romantico, ciò che diventa realmente importante è il compiersi dell'istante, l'hic et nunc junghiano, che sancisce la morte della finalità teleologica.

L'uomo come essere mortale "si conosce negativamente attraverso ciò che ha perduto", scrive Aldo Carotenuto; perciò quello che ogni lettore dovrebbe chiedere ai suoi libri è certamente una traccia familiare dalla quale lasciarsi condurre e contenere; ma ciò a cui il vero esploratore di libri dovrebbe anelare è che questa traccia sia incompleta. Sì, incompleta, perché proprio lì dove il segno torna a confondersi con l'essenza, lì lo sguardo e la mente si rivolgono incerti all'infinito.

"Io nel pensier mi fingo... e mi sovvien l'eterno" scriveva Leopardi, affascinato da sconfinati spazi a cui solo una siepe, un ostacolo, aveva potuto iniziarlo. E' dunque davanti agli ostacoli, o in quella spina pungente che ci attraversa il fianco, che sentiamo di essere vivi, che avvertiamo impellente il desiderio di fingerci diversi.

Tutto il male che questo mondo può offrirci diviene allora solo la misura della nostra volontà di esistere, prima ancora che di essere: dal giorno in cui i nostri progenitori, Adamo e Eva, decisero di sottrarsi all'immagine consegnatagli - a somiglianza del creatore - per crearne una diversa, a dimensione umana, abbiamo implicitamente accettato la nostra dimensione di imperfettibilità e riconosciuto nell'errore e nel dolore la più nobile manifestazione del nostro coraggio.

E di coraggio ci parlano queste pagine, un coraggio non più consegnato alle gesta dell'eroe mitologico che di divinità ancora si nutre, ma alla scelta del singolo uomo che si riconosce e si trasforma nel confronto con se stesso. E' il mito di Sisifo o la croce del Cristo che nella loro tragicità esprimono la dolorosa conquista di un destino che, per quanto difficile, ci appartiene. Ricordiamo infatti che l'ostacolo è ciò che "trasforma il bisogno dell'animale nel desiderio dell'uomo" e che "il riconoscimento del tuo male ha di fatto modellato la tua vita".

Come sottrarsi allora alla voluttà di una lettura che davanti al dolore e all'esperienza limite ci concede ancora un margine di incertezza, la possibilità di un riscatto? Se il male è una dimensione umana anche la possibilità di porvi riparo lo è, e quello che nasce da questa ferita sanata è l'arte. L'arte di vivere.

Recensione o riflessione? Critica oggettiva e oggettivata di un testo o riflessione del lettore su se stesso? Cosa riteniamo veramente importante in un libro? Potremmo parlare di forma, di contenuto o di motivazioni inconsce dell'autore, ma forse quello che realmente dovremmo avere il coraggio di chiedere a un libro è che ci mostri proprio ciò che ostinatamente neghiamo, che ci ponga a confronto con noi stessi, che ci costringa al dubbio. Perché solo nel dubbio, inteso come assenza di certezze, ci viene data un'opportunità in più del semplice leggere: la possibilità di riflettere.

Torno ancora una volta alla fine, che poi era l'inizio, per chiedermi quanto di questo volto ignoto e oscuro sia stato profanato dalla luce delle nostre considerazioni e mi accorgo che è cambiato, e cambierà di nuovo, tutte le volte che ci sembrerà di averlo definitivamente afferrato.

Questo rende una lettura insostituibile: la sensazione di esserne stati catturati e la consapevolezza che ci accompagnerà per tutta la vita, senza mai annoiarci.

Francesca Garofoli