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EDVARD MUNCH : IL PITTORE DELL' OMBRA

MUNCH (1863-1944)

Roma, Complesso del Vittoriano- 10 marzo – 19 giugno 2005



Occasione da non perdere, mostra assolutamente ‘didattica’ per chiunque si trovi quotidianamente a contatto, per motivi anche professionali, con l’esperienza del dolore, grumo inestricabile di sofferenza fisica e psicologica.

Un percorso espositivo che immerge il visitatore in una vasca di decantazione, una sospensione del tempo, una tregua dal rumore assordante del nostro vivere attuale, dai nostri ritmi disumanizzanti.

Il termine ‘formazione’, e per formazione si intende un processo che abbraccia tutto l’arco dell’ esistenza, fa rima, non a caso, con ‘emozione’ e dobbiamo essere grati ad un artista come Munch per averci concesso di poter gettare il nostro sguardo curioso, ma per nulla indifferente, nelle lacerazioni della sua anima, nella sua intimità più profonda.

La malattia e la morte, l’angoscia e la solitudine : le opere di Munch si osservano in silenzio o comunque fanno ammutolire.

La ‘verità’ dell’artista, la sua personale, esclusiva verità sulla vita è offerta al visitatore con quella realistica indecenza che tanto aveva scandalizzato numerosi ‘benpensanti’ della fine del XIX° secolo.

Sia sempre benedetta l’indecenza degli artisti ! Ci aiuta ad aprire gli occhi sul mondo infero che non vorremmo mai veder emergere, sul nostro inferno personale che non vorremmo mai illuminare.

Goethe asseriva che “ si impara solo da chi si ama”…

Certo Munch il solitario, lo spigoloso, l’ubriacone era, nella vita reale, sicuramente un uomo difficile da amare … ne sapeva qualcosa Tulla Larsen esasperata al punto da giungere a sparare al pittore mutilandolo di un dito della mano sinistra … così come è oggi difficile sentire ‘calore’ posti di fronte alle sue opere.

Eppure, osservando in particolare i numerosi autoritratti esposti, non si può non leggere negli occhi del soggetto una richiesta di aiuto, uno sguardo che aggancia, che parla al cuore : gli occhi di un uomo che soffre.

Così come, magistralmente, la rappresentazione della malattia, del lutto non può non trafiggere il visitatore con un autentico cor-doglio, il dolore del cuore che nemmeno la calda sensualità della ‘Madonna’ riesce a lenire.

L’incontro con il femminile non è per Munch, purtroppo, salvifico.

Una seconda ’Madonna’ è ritratta insieme ad un osceno ‘Bambino’, una figura embrionale con sembianze di teschio.

Eros è in stretta simbiosi con Thanatos, Eros come prigione, come sconfitta … in ’Uomo e Donna ‘ il maschile è ritratto con il capo tra le mani, ammutolito, vinto.

In ‘Vampiro’ il femminile è rappresentato da una figura mostruosa, sanguinaria, famelica … un’immagine che richiama, non a caso, il ritratto di donna proposto da Strindberg in ”Apologia di un pazzo”.

Del resto Munch è figlio di un’epoca e di un bacino culturale condiviso con Kierkegaard, Ibsen, Nietzsche e, successivamente, con un artista del calibro di Ingmar Bergman, tutti uomini accomunati anche dall’aver vissuto in maniera problematica il rapporto con il femminile o meglio, direbbe un analista di formazione junghiana, con la dimensione femminile della propria personalità, ovvero l’Anima.

Inoltre non si può trascurare anche l’impatto dell’ambiente geografico sulla psiche . Quelle di Munch, di Bergman o di Ibsen sono latitudini che spingono verso l’introversione; sono i paesi delle lunghe ombre, dove l’alba o il tramonto si estendono in un tempo esasperante, che conferisce drammaticità ai volti immersi nella penombra.

Eppure, nonostante la sgradevolezza se non addirittura la repulsione che scaturisce di fronte ai temi proposti nelle opere di Munch, ancora una volta si compie il miracolo dell’Arte, di quel processo che tramite il contagio emotivo, diviene esperienza estetica, il prodigioso allineamento empatico che, attraverso l’opera, unisce l’artista al mondo.

L’agire artistico si trasforma quindi in risposta che cura, è la vittoria definitiva sulla solitudine, sul tempo, sulla morte.