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Alla ricerca del maestro spirituale

Recensione a

Tutta la conoscenza del Mondo, di Eros Puglielli

Per ogni appassionato di cinema una delle fonti sicure di felicità consiste nel riconoscere in un piccolo film di un giovane autore il polso sicuro del regista di razza, il nome che dopo qualche anno di circolazione limitata diviene poi noto a tutti. Così è stato ieri per il Nanni Moretti di ‘Io sono un autarchico’, così è oggi per Eros Puglielli. Questo giovane regista è riuscito in un’impresa tutt’altro che facile: quella di confermare in una seconda convincente opera tutte le premesse che già si erano manifestate all’esordio.

Apprezzato in ‘Dorme’, un prodotto artigianale reso imperfetto solo dall’esiguo budget a disposizione, ora in ‘Tutta la conoscenza del mondo’ Puglielli è riuscito ad esprimere al meglio il suo potenziale creativo regalandoci la possibilità di condividere il suo sguardo ironico e dissacrante puntato sulla comica ambiguità del rapporto docente universitario-allievo o anche maestro spirituale-discepolo.

Ferocia e leggerezza, ironia e pietà sono gli ingredienti, sapientemente dosati, che descrivono brillantemente la relazione che può intercorrere tra quel mix di devozione, ammirazione e dipendenza tipiche dell’allievo ed il viscoso paternalismo del maestro di turno, presunto depositario di verità e conoscenza.Alla base di questo rapporto l’eterna legge economica della domanda e dell’offerta: da una parte l’insicurezza giovanile che genera la necessità di un capo branco da seguire; dall’altra l’incapacità, nonostante il patrimonio di esperienza e cultura, di resistere alla tentazione di autocelebrarsi, divenendo così una patetica marionetta di sé.

Sete di conoscenza e di sicurezza e illusione di ricevere sicurezza dalla conoscenza, contrapposte ad una conoscenza che a nulla serve, nemmeno a mascherare l’incapacità cronica di guardarsi. E il calvario degli studenti-discepoli e il loro tempo sprecato tentando di imparare da chi non ha nulla da insegnare perché, a sua volta, non ha saputo imparare nulla di veramente essenziale sulla vita e dalla vita.

Allora ecco che cattedre universitarie, palchi da concerto o inaccessibili eremi spirituali divengono altari su cui celebrare il sacrificio dell’intelligenza e della creatività in cambio di un po’ di potere; luoghi dove un pubblico bovino e conformista diviene il necessario sostegno per figure che hanno bisogno di forti riflettori accesi in quanto incapaci di brillare di luce propria. Questa non manca invece allo spiazzante personaggio, una sorta di deus ex machina, che funge da provvidenziale motore di tutta la vicenda.

L’uomo di luce, nel suo bagliore improvviso, non è che un segnale forte e violento dell’intelligenza che riesce a scardinare, in particolari momenti di forte tensione, le barriere codificate che ne impediscono la manifestazione. Forte è la valenza simbolica del chiodo, divelto a forza, nella scena del salvataggio ‘miracoloso’ dei due protagonisti. L’impedimento interiore può finalmente essere estratto ed espulso.

Del resto l’incipit del racconto presenta due situazioni limite che emergono con sincronicità: l’handicap fisico, metafora di una ben più profonda sofferenza psicologica, e quello creativo di un musicista tarpato dalle esigenze imposte dal mercato discografico. Ecco che allora la filosofia teoretica del professore interpretato da Giorgio Albertazzi e la musica rock del giovane protagonista assetato di conoscenza divengono solo un pretesto per parole, suoni e gesti impermeabili a qualsiasi ironia.

Di ironico restano soltanto lo sguardo obliquo della statua della Minerva universitaria ripresa con una forte angolazione in diagonale, nonché la coda a forma di punto interrogativo del gatto simbolo del gruppo rock. Con brevi, nervosi tratti Puglielli riesce a coprire di ridicolo non solo i devoti allievi insieme ai loro fascinosi maestri, ma anche la pretesa stessa di conoscere.

Ma dovendo infine operare una scelta, il regista si schiera al fianco dei più deboli, ovvero gli allievi con la loro fragilità ma anche con il loro ‘eroico’ dispendio di energie volte alla ricerca di risposte a quelle domande, poche, ma veramente essenziali per l’uomo. E qui si nota lo spartiacque che separa chi almeno alcune domande se le pone da chi, la massa, che neppure avverte la necessità di questa fatica, accontentandosi di risposte preconfezionate che precedono e precludono la possibilità di nuovi interrogativi. Per divenire così massa di credenti senza fede, praticanti abulici, consumatori di verità altrui.

Temi del film sono quindi il ‘daimon‘ della conoscenza, l’illusione di verità, la docile fragilità di chi sente la necessità di un maestro e, soprattutto, un mondo-mercato pronto a spalancarsi per fagocitare ogni aspirante discepolo. Trovare un maestro che guidi verso la conoscenza. Questo che pare il primo e più ovvio passo è anche il più ricco di insidie. Il secondo, quello più difficile, è accettare la fatica e anche il dolore che conducono all’unica verità possibile: quella interiore.

Occorre insomma saper divenire i maestri di se stessi.
E gli strumenti per giungere a questo risultato non sono in vendita: attenzione, umiltà, onestà intellettuale e libertà interiore sono patrimoni che vanno coltivati lungo tutto il cammino dell’esistenza. Un cammino non necessariamente solitario ed ascetico: si può condividere il percorso insieme ad altri cercatori di verità ma si deve assolutamente fuggire da tutti coloro che se ne dichiarano custodi.

Erika Czako