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Wilson l'analista perfetto

Recensione a

Castaway, di R. Zemeckis

Qual è il sogno proibito di ogni analista? Poter curare un paziente e condurlo verso la cosiddetta ‘guarigione’ senza aver pronunciato nemmeno una parola. Questo sogno si realizza in ‘Cast Away’, il recente film di R. Zemeckis interpretato da un intenso Tom Hanks.

La vicenda narrata nel film è molto lineare e conosciuta: si tratta di un rifacimento, attualizzato, della storia di Robinson Crusoe: un viaggio, il naufragio, l’isola, il compagno e, infine, il ritorno. In realtà tutta la vicenda cinematografica può essere vista come una metafora della condizione, umana e professionale, che più di frequente è patrimonio ed esperienza di ogni psicoterapeuta: basta sostituire al viaggio la vita stessa, al naufragio una violenta e inattesa crisi portatrice di quella sofferenza che ‘richiede’ isolamento, la scoperta della necessità di aiuto psicologico e, finalmente, la ‘guarigione’ ovvero la conquista di una maggiore pienezza e consapevolezza esistenziale.

Chuck Noland è il nome del personaggio protagonista di questa storia. Costituisce l’esemplare più tipico del modello antropologico prodotto dalla cosiddetta ‘New Economy’. E’ un uomo efficientissimo e ricco di energia, sano (salvo che nella dentatura!), sovralimentato, che usa la sua intelligenza non certo per porsi delle domande (il dubbio nella nostra società è ormai sinonimo di peccato mortale) bensì per fornire prestazioni professionali improntate alla ricerca spasmodica di efficienza. Un ‘ottimizzatore’ esperto nella ‘tempistica’ aziendale. Gira continuamente il mondo per controllare i parametri di efficienza e produttività dell’azienda di recapito pacchi, che opera a livello mondiale, in cui lavora.

Per uno come Chuck, e di questi soggetti ne incontreremo in futuro sempre di più, il tempo libero è un concetto impraticabile; anche il tempo della vita privata è ormai stato sommerso, invaso, dal tempo lavorativo: il telefono cellulare sempre acceso, il cercapersone anche nel letto, la necessità di vivere contemporaneamente in fusi orari diversi, di comunicare in un linguaggio sempre più sintetico esprimendosi sempre più velocemente fino a mangiarsi le parole …

Il mondo degli affetti non è ancora completamente scomparso dall’orizzonte esistenziale di Chuck, ma certamente è relegato in un piano secondario, quasi che l’esistenza della donna amata fosse solo funzionale a garantire la ‘ricarica’ energetica di questa straordinaria macchina lavorativa. Chuck ‘gira a mille’ sempre più convinto ed ‘entusiasta’ di sé e del suo mondo/mercato globale, fino a che un bel giorno, un tremendo incidente aereo lo scaraventa su un’isola deserta, unico sopravvissuto.

L’incidente è forse solo metafora di un’improvvisa, devastante crisi di panico cui segue un silenzio carico di stupore, di incredulità. La percezione della propria fragilità, il bisogno di silenzio dopo tutto quel frastuono, la necessità di isolamento, costituiscono la prima fase del cammino terapeutico verso una nuova forma di consapevolezza. Il principale trauma da superare è l’improvvisa perdita di identità, o meglio di quell’identità fragile e fittizia, eppure così faticosamente inseguita, costruita solamente in base a sollecitazioni provenienti dal mondo esterno: i nostri nuovi ‘valori’, velocità, produttività, competizione, possono indurre ad una forsennata fuga da sé stessi.

In questi casi, per non morire psicologicamente, diviene indispensabile ritrovarsi, raccogliersi nel silenzio e nell’isolamento: perchè in compagnia, finalmente, di sé stessi non esiste solitudine, o meglio, la solitudine diviene un nuovo spazio creativo… Ma può non bastare. Per ritrovarsi, per scoprire finalmente la vera identità nascosta dietro la maschera, è talvolta necessario rispecchiarsi in qualcun altro, collocandosi in quello spazio del tutto peculiare, a metà strada tra il reale e l’immaginario, costituito dal setting analitico.

Chuck non ha a disposizione nessun psicoterapeuta; il mare, beffardamente, ogni tanto gli restituisce, sotto forma di relitto, qualche frammento del carico del suo aereo e del suo mondo perduto, quasi fosse un flash di memoria. Fra questi oggetti anche un pallone da foot-ball. Ecco l’interlocutore necessario, indispensabile in cui rispecchiarsi. Con il sangue (!) ne vengono tracciate le caratteristiche del volto. Gli viene imposto un copricapo e un nome: Wilson. Il viso statico di Wilson assume in realtà infinite espressioni, tante quante sono le tappe di questo doloroso percorso di ricostruzione. A tratti sa essere severo e, contemporaneamente, ironico; beffardo ma affettuoso. E la relazione tra l’uomo e il suo sferico analista diviene fortissima ed autenticamente produttiva, in un concetto di produttività che prima Chuck non avrebbe potuto nemmeno immaginare.

Giunge così finalmente il momento del coraggio e delle decisioni; irrobustito interiormente, smagrito nel corpo, Chuck costruisce una zattera di legno dove poter collocare tutto il suo futuro fatto di speranza ma anche di consapevolezza del tremendo rischio a cui va incontro affrontando con quel mezzo l’oceano. Non è solo. Insieme a Wilson, Chuck porta con sé il ricordo della sua donna, finalmente divenuta Anima. Ma il percorso, per rivelare il suo senso più profondo, prevede ancora un’inevitabile, dolorosissima tappa: giunge il momento del distacco, della perdita accidentale di Wilson che scivola in mare e si allontana inesorabilmente trascinato dalla corrente.

Chuck rischia la vita nel tentativo di recuperare il compagno, ma invano. Come era giusto che fosse. Il pianto disperato di Chuck, abbandonatosi sulla zattera alla deriva, dopo il definitivo e non recuperabile distacco da Wilson, assomiglia veramente al pianto di un bambino appena nato. In mare aperto la solitudine è totale…L’epilogo positivo è preannunciato dall’apparizione notturna di un’immensa balena, creatura e signora dei mari, che benevolmente, quasi maternamente, lo osserva.

All’alba la sagoma della chiglia di una nave si sostituisce a quella protettiva dell’animale. E’ il ritorno di un uomo completamente trasformato, di sicuro molto più ricco interiormente e più forte. E’ l’uomo che rinasce a sé stesso dopo aver percorso il tunnel della terapia alla fine della quale scopre ciò che scoprono tutti i pazienti : la chiave di volta della loro esistenza era già contenuta in sé stessi, solo che era stata smarrita. Alcuni riescono a trovarla da soli. Molti hanno necessità di essere guidati, un passo dopo l’altro. Wilson, il silenzioso terapeuta, realizza il suo capolavoro: un’analisi perfetta senza dire neppure una parola!