le nostre recensioni

Denti

Gabriele Salvatores

2000

L’uscita autunnale nelle sale cinematografiche di ‘Denti’, l’ultimo lavoro di Gabriele Salvatores, fornisce lo spunto per qualche riflessione. Non è questa la sede per una recensione tecnica del film, per altro non bene accolto dalla critica, bensì per constatare quanto, anche per un artista, sia difficile sradicarsi dagli stereotipi.

Il film, tratto dal romanzo di Domenico Starnone, narra il peregrinare da un dentista all’altro di un paziente confuso, reso inquieto da problemi sentimentali e sofferente per una grave urgenza odontoiatrica: la frattura dei due incisivi superiori. Due denti che, guarda caso, rappresentano nella medicina ayurvedica la coppia uomo-donna.

La metafora che il regista ci mostra è esplicita, fin troppo prevedibile anche per i più sprovveduti spettatori: la scoperta finale di una dentatura soprannumeraria coinciderà con la fine di una grave crisi di crescita del soggetto. Veicolo indispensabile per il raggiungimento di questo obiettivo sarà un doloroso e terrificante calvario odontoiatrico. Purtroppo il regista non resiste alla tentazione di mostrare i dentisti (veri artefici della rinascita psicologica del paziente) nella solita veste sadico-cruenta, né tenta di analizzare in maniera raffinata la relazione dentista-paziente, sorvolando anche sulle corrispondenze, tutt’altro che marginali, tra la professione odontoiatrica e quella psicoterapeutica.

Il film ed il romanzo sono entrambi centrati sul paziente; i dentisti, operatori maieutici, restano sullo sfondo, tutti accomunati e ridicolizzati in una rappresentazione grottesca e macchiettistica molto scontata e poco verosimile. Quelle del dentista e dello psicoterapeuta sono due professioni distanti solo in superficie ma molto vicine quando si scende nel profondo. In ambedue per poter curare occorre avere il coraggio di ‘sporcarsi’ senza però rimanere contaminati. Può essere necessario estrarre un canino o un molare, un rimorso o una inadeguatezza.

Lo scenario è solo apparentemente diverso: da un lato saliva e schizzi di sangue, dall’altro le lacrime, un altro liquido organico. Nell’immaginario collettivo si pensa che per estrarre un dente sia necessaria la forza. Niente di più sbagliato : l’estrazione anche del peggior molare richiede pazienza, assecondamento, avvolgenza e quella particolare sensibilità che rende la mano contemporaneamente un organo tattile e visivo. Un bravo dentista paradossalmente può estrarre anche al buio (e qui Salvatores è stato bravo a mostrarcelo).

Uno psicoterapeuta lavora con il buio e nel buio che avvolge l’anima del paziente. Il dente monoradicolato come il canino o l’incisivo può metaforicamente apparire come un Io tagliente, efficace mediatore tra il mondo interno e quello esterno. Si tratta anche di ricostruire ciò che è andato spezzato, far affiorare ed asportare residui radicolari e della memoria.

Dare ad un paziente una nuova dentatura equivale a fornirlo degli strumenti psicologici per mordere la realtà. E comunque il successo in queste due professioni si misura dalla qualità del rapporto con il paziente. Però attenzione: lo sfondo emotivo è diametralmente opposto. Infatti mentre per l’odontoiatra il problema principale da gestire è il timore o forse anche l’odio che il paziente nutre nei suoi confronti, nel caso dell’analista il sentimento, altrettanto pericoloso, da gestire, è rappresentato, il più delle volte, dall’Eros. In analisi infatti occorre riattivare nel paziente la capacità di amare (se stessi e il mondo), divenirne il bersaglio, scansarsi e rimanere indenne. Un bravo dentista sa bene che deve evitare accuratamente di pungersi con gli aghi usati sui pazienti.

Un analista non deve lasciarsi ferire in profondità dal dolore dei pazienti. Il dolore che oggettivamente non esiste, l’anestetico e l’etica professionale vengono adeguatamente dosati, soggettivamente esplode nell’immaginario del paziente, il quale deve imparare a dialogare con questa esperienza però sapendo già, è implicito fin dal principio nel contratto, di uscirne vittorioso a patto di abbandonarsi con fiducia al terapeuta. Ma la sofferenza psicologica è il primo gradino necessario da salire: non ci si reca volentieri né da uno né dall’altro specialista.

Molte analogie ma anche distanze abissali. Il dentista deve avvicinarsi sempre di più al paziente, deve guadagnarsi la sua fiducia per mettergli poi finalmente ‘le mani addosso’, frugarlo nel corpo, collocarlo in una posizione di lavoro che a volte è avvolgente come il più temibile degli abbracci.

Lo psicoterapeuta non può toccare né, tantomeno, essere toccato; non c’è contatto fisico anche se poi riesce ugualmente a scrutare e ad entrare nel profondo dell’anima, rimescolandola e facendo veramente male. Da una parte quindi avvicinarsi fisicamente sempre di più, fino a toccare letteralmente la radice del problema. Dall’altra allontanarsi impercettibilmente millimetro dopo millimetro fino a far emergere il cuore del problema.

Nel rapporto psicoanalitico ciò che impropriamente viene chiamata guarigione, giace e si nasconde nella fantasia, nell’illusorio del paziente. E questo progressivo arretramento dell’oggetto del desiderio, questo continuo oscillare tra illusione e disillusione serve per stanare il paziente, per farlo emergere alla luce. Psicoanalisi: ovvero arte della relazione, della seduzione e dell’illusione. Non importa se il terreno di lavoro è del tutto immateriale; se gran parte del rapporto è costruito sull’illusione erotica che a sua volta, lo sappiamo bene, è costituita di illusione. Funziona ugualmente.

Sul versante odontoiatrico siamo sul piano della concretezza, della materialità. La relazione viaggia sui binari di un sentimento opposto fatto di paura, invidia e disprezzo. I dentisti appartengono ad una di quelle categorie antipatiche a tutti ed essi sono i primi ad accorgersene. Sono invidiati per i redditi sui quali si favoleggia e che in realtà, nella media, sono uguali a quelli di qualunque altro professionista. Sono disprezzati dagli altri medici che li considerano colleghi di serie B.

I pazienti, almeno nei primi momenti, sono sempre timorosi, quasi convinti che, per qualche oscuro motivo, il dentista non solo possa, ma addirittura voglia arrecare dolore. Valutare, quantificare l’ansia di base nel paziente: questo è il primo problema. In un paziente il primo dato che si analizza non è la dentatura, ma la postura, il modo di accomodarsi sulla poltrona odontoiatrica Si osserva la pelle, il suo colore, il grado di umidità in superficie, l’odore, il numero degli atti respiratori. In caso di particolare ansia del paziente si tasta il polso, ma non solo per saggiare la qualità e la frequenza delle pulsazioni, quanto per stabilire un primo contatto fisico che trasmetta rassicurazione; un contatto tecnico ed affettivo insieme. E fondamentale è il tono della voce, lo sguardo, il senso di calma e di padronanza della situazione che deve emanare da tutto il corpo.

Non avere mai fretta, anche se l’agenda è piena di appuntamenti. Far sentire al paziente che, in quel momento, il suo problema è anche il problema del professionista e che non c’è niente di più importante al mondo. Solo allora si può incominciare a lavorare. Nel film di Salvatores, il dentista, interpretato da Paolo Villaggio, invita il paziente alla calma ricordandogli che, in fin dei conti, il vero paziente (cioè sofferente) è lui. Sembra un paradosso, ma non più di tanto.

Non si parla mai abbastanza del logoramento professionale, che può giungere fino al vero e proprio burn-out, al quale sono sottoposte queste due categorie di terapeuti. In effetti per tutti esiste un prezzo da pagare. Per i pazienti (oltre che le parcelle!) anche una probabile frustrazione lenta e progressiva che, se ben tollerata e gestita, si rivela terapeutica.

Per gli psicoterapeuti nei termini di una progressiva distorsione delle capacità relazionali nel privato, nella subdola difficoltà a cogliere le differenze tra una relazione privata e una professionale. Per i dentisti il rischio è di essere sempre circondati da amici aspiranti pazienti e da pazienti aspiranti amici e quindi, fondamentalmente, di non essere mai conosciuti nella veste reale. Per entrambe le categorie la vita extraprofessionale può rischiare di trasformarsi in una fuga continua.