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L'autore, Takeshi Kitano che nel suo paese è noto come conduttore di talk show e attore comico, esordisce con questa pellicola nei cinema italiani ed è sicuramente destinato a far parlare di sè.
Nishi, il protagonista della storia (magistralmente interpretato dallo stesso Kitano che è anche l'autore della sceneggiatura e dei bellissimi disegni che si vedono a un certo punto), è un poliziotto e come i suoi compagni ha vita dura in una Tokio dove la malavita e in particolare la Yakuza, la terribile mafia giapponese, hanno grande potere. Mentre Nishi si reca in ospedale a far visita alla moglie ammalata di leucemia allo stadio terminale, il suo amico e collega di lavoro Horibe, viene ferito in una sparatoria e sarà costretto su una sedia a rotelle.
Poco dopo un altro amico, un giovane poliziotto viene ucciso con grande spargimento di sangue. Nishi, evidentemente si trova in un momento di svolta della sua vita e in un mondo che sembra ormai dominato dalla violenza e dal dolore (individuale e collettivo), sceglie di uscire di scena compiendo un estremo atto d'amore. Grazie ad una fantasiosa rapina si procura i soldi necessari per portare la dolce compagna a fare un ultimo viaggio, per rendere meno dura la vita della famiglia del giovane poliziotto morto ammazzato e infine per regalare all'amico Horibe tutto il necessario per dipingere, sottraendolo così alla depressione che lo stava conducendo al suicidio.
"Hana Bi" è un film di grande fascino, alterna momenti drammatici a momenti lirici, l'umorismo a improvvisi scoppi di violenza e a scene pulp alla maniera di Quentin Tarantino. Tutto ciò anche se sapientemente armonizzato, può risultare gratuito e di facile effetto a una lettura superficiale. Invece, secondo me vi si può cogliere l'essenza della cultura giapponese con tutte le sue contraddizioni, il misto di tradizioni antichissime e tecnologismo esasperato.
Non bisogna dimenticare che questo paese, come ci suggerisce l'antropologa Ruth Benedict nel suo famoso libro "Il crisantemo e la spada", esce dal Medioevo solo verso la metà del secolo scorso e nel suo popolo convivono dimensioni diversissime. I gesti d'amore di Nishi possono essere letti nell'ottica di un' antica tradizione di cui parla sempre la Benedict, cioè quella di "pagare i debiti", debiti verso la società, gli amici, i familiari verso tutti coloro che hanno fatto qualcosa per noi. Si tratta ovviamente di debiti sia materiali che spirituali e proprio questi ultimi hanno il peso maggiore.
Per l'uomo giapponese è di fondamentale importanza pagare il proprio giri (l'obbligo, il debito) così come ha il dovere di mantenere incontaminata la propria reputazione. Persino la vendetta non è che una manifestazione di questo dovere-virtù (Nishi stermina letteralmente i componenti della Yakuza) ed è necessaria in alcune occasioni.
Anche lo stoicismo e l'autocontrollo fanno parte di questa tradizione.In essi vi è una sorta di atteggiamento da noblesse oblige e infatti in epoca feudale li si esigeva in particolare dai Samurai. La recitazione rarefatta di Kitano, la sua maschera tragica, i lunghissimi silenzi che esprimono più di qualunque battuta, il suicidio finale fanno assomigliare Nishi più ad un antico samurai che a un eroe dei nostri giorni.
Il "bagno di sangue", visto in quest'ottica, assume uno specifico significato che non ha niente a che vedere con la violenza dei films occidentali, diventa con le parole dello storico Yoshisaburo Okakura, come il bagno mattutino che lava ogni macchia per un popolo che aspira a condurre una vita pura che ha la serenità e la bellezza dei ciliegi in fiore.
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