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Manoel de Oliveira, Ritorno a casa, 2001

Le nostre rappresentazioni sono finite. Questi nostri attori erano spiriti e sono svaniti nell’aria, nell’aria sottile”. Così recita Gilbert Valence (Michel Piccoli) nei panni del vecchio Prospero della Tempesta di Shakespeare.

Gilbert Valance, il protagonista del film di Manoel de Oliveira è un attore, un vecchio attore che ogni sera indossa una maschera, sale sul palcoscenico e dona vita e identità a tanti personaggi ricevendone in cambio identità e vita.

Gilbert Valance è un attore affermato ha un pubblico che lo ama, la sua vita sembra realizzata. Una sera, mentre indossa i panni del protagonista, il vecchio re che non si rassegna a scomparire, ne “Il re muore” di Eugène Ionesco, riceve la notizia che la moglie, la figlia e il genero, sono morti in un incidente stradale.

Show must go on, dice la gente di spettacolo. E infatti l’evento così terribile non sembra scalfire più di tanto l’esistenza dell’attore che va avanti dividendosi fra la professione e il nipotino che, rimasto orfano, è andato a vivere con lui. La vita degli uomini di teatro ha ritmi diversi da quelli dei comuni mortali, è scandita da piccoli riti che sembrano darle stabilità.E’ appunto in questa ritualità che Gilbert sembra mantenere il suo equilibrio. La solitudine dopo le luci della ribalta, la solita strada verso casa nella notte, il caffè nel solito bar con il giornale alla stessa ora, l’abbraccio del nipotino prima di andare scuola. Un bel paio di scarpe nuove, artigianali(chissà perchè gli attori hanno sempre avuto la passione delle scarpe) La vita sembra scorrere serenamente non c’è tristezza negli occhi di Gilbert quando ogni mattina guarda la foto dei suoi congiunti scomparsi, solo un po’ di nostalgia. Non ha neanche bisogno di un nuovo amore e infatti quando gli viene offerta l’opportunità di averlo, lo rifiuta. Ma a un certo punto, misteriosamente, il meccanismo si rompe.

L’attore accetta, forse solo per professionalità, di interpretare un ruolo in un film americano ispirato all’Ulisse di Joyce. Niente di particolare, fa solo il suo lavoro. Si sottopone al trucco, prova i costumi, impara a memoria le battutte di Buck Mulligan, ascolta i consigli del regista. Si inizia a girare la scena. La maestria di de Oliveira ci fa vedere Gilbert che recita, attraverso gli occhi del regista (John Malkovich) Sentiamo, senza vederlo direttamente, che in lui sta accadendo qualcosa. Le interruzioni tecniche, i vuoti di memoria dell’attore creano una grande tensione nello spettatore. Tensione che cresce fino a quando Gilbert si toglie (finalmente) la maschera, esce dal personaggio e ritorna a casa. Attraverso gli occhi smarriti del nipotino vediamo l’uomo improvvisamente annichilito da un dolore insostenibile fino ad allora tenacemente rimosso. Un uomo che si rifugia nella tana come un animale in prossimità della morte.

“Ritorno a casa”é un grande film sulla vecchia e la morte, asciutto, privo di retorica, profondamente toccante, del quale siamo grati al novantaduenne Monoel de Oliveira. E’ anche un film che a latere porta a fare un’interessante considerazione sul lavoro dell’attore, sulla differenza che può esistere fra il recitare per il teatro o per il cinema. Gilbert, (grande Michel Piccoli) finchè è sul palcoscenico sembra “contenuto” dal ruolo che interpreta. Quell’uscire da se stesso ogni sera, quell’essere padrone della scena, gli permette paradossalmente un equlibrio. Nel momento in cui deve adattarsi alle esigenze tecniche del cinema, delle luci, dell’immagine, del gusto del regista, il ruolo non lo contiene più e la rottura é inevitabile.