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Keita. L'eredità del griot, di Dani Kouyaté, 1995

Nella cultura africana il “griot” rappresenta il saggio, colui che conosce l'origine e la storia della propria comunità. Attraverso la parola, la tradizione orale il griot riesce a trasmettere alle nuove generazioni il senso della loro identità, le immagini del tempo passato.

In questo film il regista si ricollega alla storia mitica di Sundiata Keita fondatore dell'impero Mandingo e ci racconta di quando il griot Djeliba lascia il suo villaggio per raggiungere il giovane Mabo, che vive in città, e iniziarlo come vuole la tradizione, alla conoscenza di se stesso attraverso la storia dei suoi antenati.

I genitori del giovane invitano Djeliba ad occupare una stanza della casa ma il saggio preferisce dormire nella sua amaca all'aperto evidenziando, fin da questo primo gesto, una certa distanza e separazione tra i valori autentici e originari della sua cultura e quelli illusoriamente più solidi e concreti dell'Africa più moderna.

Mabo rimane affascinato dai racconti del saggio ed ogni storia accresce la sua curiosità, la voglia di conoscere l'intero percorso compiuto dai suoi avi per giungere fino alla sua discendenza. La narrazione si popola di personaggi e accadimenti al limite tra realtà e fantasia: l'oracolo che riesce a leggere nella posizione delle conchiglie eventi del tutto inconcepibili nel presente ma che inesorabilmente non tardano a verificarsi, la caccia dell'animale selvaggio sterminatore di tribù che si incarna in una donna corpulenta e irruenta, e si autosacrifica per favorire il destino della figlia più brutta. La lotta del re per riuscire a generare con quest'ultima il capostipite Keita. Il miracolo interiore che permette a quest'ultimo di camminare con le proprie gambe dopo essere stato per anni costretto a strisciare per terra con la sola forza delle braccia.

Il confronto tra due forme del sapere, quella del griot e quella della scuola rappresentata dal maestro che si preoccupa degli esami e delle interrogazioni sulla data della scoperta dell'America, porterà il giovane ad allontanarsi dalla scuola suscitando nella madre e nel maestro forte apprensione ed anche una certa ostilità verso Djeliba che deciderà di tornare al villaggio per non guastare oltre l'armonia familiare. Piuttosto significativo il dialogo nel quale il maestro cerca di convincere il griot sull'opportunità di rinviare l'iniziazione al termine della scuola e in cui quest'ultimo, venuto a conoscenza che il maestro - al contrario - non aveva alcuna possibilità di spostare la data dei suoi esami, evidenzia la miseria di un insegnamento in cui il portatore di sapere non ha nemmeno il potere di stabilire i tempi del suo lavoro.

L'incanto suscitato nel ragazzo dal racconto di Djeliba, può essere assimilato a quello provato dallo spettatore cinematografico di fronte alla narrazione di un film come Accattone di P.P. Pasolini o come Amarcord di F. Fellini. Come pure all' incanto del bambino che attraverso lo specchio, nella sua immagine riflessa cerca di svelare il mistero della sua identità o alla dimensione magica della relazione analitica dove il soggetto più confuso e sofferente attende con trepidazione, con l'aiuto dell'”analista griot” di svelare l'origine e il senso delle sue attuali difficoltà e dei suoi incomprensibili sogni.

La figura del griot, in questa visione più ampia, più psicologica che storica, ci colpisce e ci afferra in modo particolare proprio perché con la ricchezza del suo linguaggio, con la sua peculiare abilità a fondere passato, presente e futuro, magia e realtà, mondo umano e mondo animale, coscienza e inconscio, corrisponde al sempre più diffuso bisogno di identità che caratterizza l'uomo contemporaneo fortemente dominato da una cultura forgiata sul mito della produzione economica e dell'efficienza e sul totale disprezzo di quei sentieri poco lineari che appartengono al nostro mondo interiore.

Ho potuto assistere a questo film all'interno di un corso organizzato dal Comitato Cinematografico per i Ragazzi allo scopo di sensibilizzare gli insegnanti sulla ricchezza del contributo culturale che può essere fornito da una tradizione ampiamente trascurata come quella africana.

La questione posta dal griot a questo punto, però, si trasforma e ci invita a riflettere, al di là della specifica necessità di introdurre nella scuola la conoscenza delle culture diverse da quella occidentale - su cosa può essere fatto nella scuola per offrire ai giovani un linguaggio diverso: parole e immagini cariche di senso che possano riconciliarli con il mistero e la complessità dell'animo umano. Per uscire dal vicolo cieco di una trasmissione del sapere parcellizata, arida, anonima, esclusivamente razionale, sempre più finalizzata al raggiungimento di obiettivi e sempre meno interessata alla bellezza del percorso.