Hermann Nunberg


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Originario di Brendzin (Polonia), si stabilisce a Vienna dopo aver studiato medicina a Cracovia e, con Bleuler e Jung a Zurigo. È a Zurigo, nella clinica psichiatrica dell'Università, che Nunberg fa la conoscenza della psicoanalisi. A presentarlo a Freud è Jekels. Nel 1914 diventa membro della Società Psicoanalitica di Vienna. Sua moglie, Margarete Rie, è un'amica di Anna Freud. Allievo di Federn, propone nel 1918, sostenuto da Freud, che ogni aspirante analista si sottoponga ad un'analisi (l'idea era già stata espressa da Jung e condivisa da Ferenczi). In quella circostanza l'opposizione di Rank e Tausk vanifica la proposta. La proposta è invece adottata dall'Associazione Psicoanalitica Internazionale in occasione del Congresso di Bad-Homburg, nel 1925. Nello stesso anno Nunberg succede a Rank nella carica di segretario della Società Psicoanalitica di Vienna. Sei anni dopo anche lui emigra negli Stati Uniti. Ancora una volta Freud (come ad esempio nel caso di Rank e del tentativo americano di Ferenczi) non è d'accordo. È l'Università della Pennsylvania a chiedergli di introdurre la psicoanalisi a Philadelphia. Nel 1934 Nunberg si trasferisce definitivamente a New York. Due anni prima aveva pubblicato Allgemeine Neurosenlehre auf psychoanalytischer Grundlage. (con prefazione di Freud). A Nunberg e a Federn si deve la preziosa edizione dei verbali della Società Psicoanalitica di Vienna in quattro volumi, il primo soltanto dei quali è stato tradotto in italiano. Nel 1955 pubblica Principles of psychoanalysis.
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Cosa fa l'analista col silenzio?
Nunberg lo dice, a suo modo, chiaramente «L'analista è libero e dispone della sua volontà, mentre il paziente deve sottomettersi alle regole psicoanalitiche stabilite dall'analista .... L'analista è silenzioso per la maggior parte del tempo, mentre il paziente gli dice tutto, liberando il contenuto del suo inconscio come se compisse un atto di sacrificio». Sembra trovarsi, Nunberg, in linea con l'ottica socratica così come è stata esplicitata da Proclo nel suo commento al primo Alcibiade di Platone. Perché di questo si tratta nel silenzio, d'un potere che sembra seguire chi lo fa, accadere con chi lo osserva. Ha ragione Chertok a rilevare, nella posizione esplicitata da Nunberg, la presenza d'una suggestione indiretta. Nel senso, per impiegare terminologia à la Ferenczi, d'un insuggerire. Il discorso di Nunberg equivale in altri termine a legare potenza e silenzio. Se c'è silenzio, c'è potenza. L'analista fa silenzio, dunque fa potenza. Il suo fare potenza seduce. Se il paziente fa silenzio, se esprime questa controvolontà, per dirla con Rank, se fa controsilenzio (termine questo piuttosto applicato al fare dell'analista), allora resiste al lavoro analitico.
Tratto da
Giorgio Antonelli, "Fare tèchne col silenzio", in Origini del fare analisi, Napoli, Liguori, 2003
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