Miller su Lacan e il godimento
Il godimento non ha bisogno di perdere i confini. Il godimento può prescindere dall’identificazione. Il godimento astrae dal pulsare dell’universo e non vuole saperne di identificazioni con i processi cosmici. Il godimento è ad esempio quello di cui parla Lacan. Il quale, là dove sostiene che non c’è rapporto sessuale, appunto questo intende, l’esserci di un godimento che il primo dei suoi allievi, Jacques-Alain Miller, non ha mancato di definire idiota e solitario. Non c’è rapporto sessuale e, dunque, c’è godimento. C’è godimento e, dunque, non c’è coniunctio. Si tratta qui di quello che Miller declina come il sesto paradigma del godimento, paradigma che definisce “il non rapporto” e che rinviene nel seminario Ancora, il ventesimo tenuto nel 1972-73 da Lacan. In questo seminario, secondo Miller, Lacan dimostra che il godimento è fondamentalmente Uno e che, insomma, fa a meno dell’Altro. La ragione di ciò risiede, stando a Lacan, nel carattere fallico del godimento e in quello essenzialmente narcisistico dell’amore. Quanto all’amore oggettuale, dice Lacan, son tutte ciance.
Il godimento, nella misura in cui è sessuale, è fallico e, per questo motivo, non si relaziona all’Altro. Lacan lo dice anche diversamente: “il godimento fallico è l’ostacolo grazie al quale l’uomo non arriva a godere del corpo della donna, precisamente perché ciò di cui gode è il godimento dell’organo”. D’altro canto, mentre l’uomo non arriva a godere del corpo della donna, e questo, per le ragioni dette, non gl’impedisce comunque il godimento, la donna arriva a godere di Dio. Con espressione degna di un maestro della Kabbalah Lacan si domanda se la faccia di Dio (definita sefiroticamente, con espressione degna di un cultore di En Soph, una faccia dell’Altro) non sia sostenuta dal godimento femminile. Il godimento femminile insomma, diversamente da quello maschile, si troverebbe, nonostante (nonostante?) la donna non se ne sappia nulla, in relazione con una faccia dell’Altro, cioè con Dio. Non c’è rapporto sessuale significa dunque anche questa divaricazione di godimenti, con l’uomo ripiegato su se stesso, idiota e solitario, e la donna, che prova un godimento di cui non sa nulla se non che lo prova, a sostenere la faccia di Dio.

Lacan su desiderio e amore
Quale lezione si ricava dal Simposio di Platone? La lezione di un’originaria, strutturale discordanza tra desiderio e amore. Questo, essenzialmente, vuole significare Lacan quando afferma che non c’è rapporto sessuale. Perché, certamente, il rapporto sessuale c’è, o almeno sembra esserci, illude i due partner della propria esistenza (e del resto ci riesce anche con irrisoria facilità), ma in esso, nel suo illusorio abbraccio, l’amante non incontra mai l’amato. Non ritrova mai l’amante, nell’amato, l’oggetto, l’àgalma, l’oceano, che muove il suo desiderio. Così, mentre l’amante ama, il suo desiderio se ne sta altrove, se ne corre altrove, alla ricerca di un oggetto insistentemente spostato in un al di là che, per quanto vicino, per quanto prossimo, non cessa di essere al di là. Dove l’amore unisce, il desiderio sposta. Dove l’amore di Alcibiade incontra Socrate, Socrate rimanda Alcibiade all’altrove del suo desiderio, desiderio che non ha nulla a che vedere con Socrate. Quello di Alcibiade è amore di transfert, conclude Lacan, e allora il vero merito, il solo merito di Socrate è quello di rimandare Alcibiade al suo vero desiderio: “un amour dont on peut dire que le seul mérite de Socrate est de le désigner comme amour de transfert, et de le renvoyer à son véritable désir”.
Tra l’amante e l’amato non c’è coincidenza. In questa disarmonia strutturale risiederebbe, secondo Lacan, il problema dell’amore, problema che rinviene tutti i suoi specchi nell’analisi che, del resto, ne è un derivato. Da questa disarmonia strutturale, insita cioè nell’essenza dell’amore (che è unitiva, metaforica) e in quella del desiderio (che è metonimica e cioè dettata da mancanza e dunque votata allo spostamento), non soltanto deriva la formula non c’è rapporto sessuale, ma anche l’altra, non meno impietosa, tesi di Lacan secondo cui amare significa dare ciò che non si ha. Anzi, per completare il circolo, occorrerà dire che amare significa dare ciò che non si ha a chi non lo vuole, perché l’àgalma, l’oggetto perduto, l’oggetto che veramente manca, e che l’amato non ha, se ne sta comunque altrove, rinviato ad altro oggetto e, ancora, ad altro, lungo una catena poco aurea e molta opaca di rimandi il cui termine, non essendoci, non appare possedibile. L’oggetto che viene dall’amato, insomma, se pure viene, non coincide, non può coincidere mai con quello che l’amante veramente vuole. Di conseguenza quello che all’amante viene dall’amato, se è qualcosa, è comunque qualcosa che l’amante non vuole.
Il desiderio accende un gànos che l’incontro con l’amato costitutivamente, strutturalmente delude e sposta altrove. E, tuttavia, nella formula lacaniana, che vuole l’amore coniugato a un dare ciò che non si ha, manca qualcosa, manca un termine, un termine che nella Kabbalah è stato convenientemente definito. Quel termine suona “in terra”. Amare è, sì, dare ciò che non si ha, ma occorre aggiungere: ciò che non si ha in terra. Ciò che l’amante non vuole coincide allora con ciò che l’amante non gli dà in questa terra. È appunto perché l’amato gli dà la terra, soltanto la terra, che l’amante non la vuole. L’amante, proprio perché spinto dal desiderio, informato dal desiderio, dal desiderio che non viene dalla terra, ma dall’alto, dalle stelle, che queste ci siano o no, che queste siano o no visibili, non può volere soltanto la terra. Che esista un aldilà di questa terra, e che quell’aldilà possa ridefinire ogni discordanza strutturale, Lacan sembra non saperlo. Di quell’aldilà, di quella non terra Lacan comunque mostra di non sapere che farsene. Cosa potrebbe farsene, Lacan, dell’oceano di Ferenczi? Potrebbe forse farsene qualcosa, come abbiamo visto, se facesse ruotare tutto il discorso declinato al maschile (il discorso che rimbalza da Alcibiade a Socrate e da Socrate ad Alcibiade) lungo l’asse, che pure è stato lui a introdurre, di quel godere della donna che consente l’accesso a un volto di Dio.
Tratto da
Giorgio Antonelli, "Godere", in Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 55, Roma, Di Renzo Editore, 2004
|