(Estratto)
Credo che sia necessario chiarire al lettore lo scopo della mia ricerca. Innanzitutto lo spunto per questo lavoro è nato dalle persistenti richieste degli studenti del corso di laurea in Psicologia dell'Università di Roma, disorientati dalla mancanza di informazioni, sul perché si parli, magari anche a sproposito, sempre di Freud e quasi mai di lung. Tale imbarazzo è inoltre aumentato dallo studio della storia della psicologia da cui risulta che il pensiero di Jung è ritenuto una delle massime espressioni di quel movimento di pensiero che dall'inizio del secolo ha conquistato la cultura moderna.
Effettivamente in Italia non è molto facile parlare di psicologia analitica (tale è il nome delle teorie di Jung). La mancanza iniziale di gruppi organizzati che sapessero divulgare al momento opportuno la psicologia di Jung e che fossero in grado di rispondere alle critiche (a volte non del tutto infondate) mosse contro il maestro zurighese, ha fatto sì che Freud e le sue idee, attraverso gruppi di pressione, si imponessero, quasi in modo dittatoriale, all'interno delle istituzioni culturali. Eppure Jung, per quanto possa sembrare paradossale, è sempre stato presente, in forma più o meno esplicita, nella cultura italiana, in particolar modo psichiatrica.
Questo lavoro rappresenta il tentativo di rintracciare tutte le fonti possibili dal 1903 al 1976 dalle quali risultino influenze junghiane. Inoltre il mio libro vuole informare il lettore sul lento formarsi ed evolversi di veri e propri terapeuti junghiani che si riconoscono nelle teorie della psicologia analitica. Soprattutto su di essi, nell'immediato futuro, cadrà la responsabilità se la cultura italiana saprà o vorrà accettare la psicologia di Carl Gustav Jung.