
James Hillman,
The Soul's Code
New York, Random House, 1996.
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The Soul's Code (Il codice dell'anima) è un libro sulla biografia, sull'estetica della biografia e su quella (ancora) mancata della psicologia. Un libro sul fato, sul demone, sul genio, sul carattere, sulla provvidenza, sull'innatismo dell'immagine che detta i destini individuali al di là del falso dilemma natura/cultura. Ogni persona è portatrice di unicità. Ogni persona in terapia è alla ricerca di una biografia adeguata, e biografia adeguata significa unicità, appunto, contro ogni tipologia, causalismo, fallacia genitoriale, modello ascensionista, contro i costrutti di quella psicoanalisi «materna» (Winnicott, Klein, Spitz, Bowlby, Anna Freud) che adulano l'archetipo e smarriscono la terra, il senso comune, il buon senso, la chiamata del demone, il destino individuale dei figli svincolati, affrancati dai loro genitori. Come trovare la trama della propria storia, come riappropriarsi della biografia, della bellezza, dell'unicità, della provvidenza di cui siamo stati derubati? L'unicità chiede di essere vissuta e, tuttavia, paradossalmente (e, dovremmo forse aggiungere, platonicamente) è già presente prima di essere vissuta. L'assunto viene corroborato da frequenti riferimenti alle vicende biografiche di personaggi famosi. Tuttavia, per quanto all'ombra del codice dell'anima sfilino, insieme ai loro demoni, personaggi diversi come Ella Fitzgerald, il torero Manolete, il filosofo inglese Collingwood, Golda Meir, Eleanor Roosvelt, Francisco Franco, Rommel, Jackson Pollock, Gandhi, Elias Canetti, Judy Garland, Josephine Baker, Krishnamurti, Cole Porter, Georg Lukács, Hanna Arendt etc., il pensiero di Hillman va alla bellezza della vita di ognuno di noi, alla bellezza della vita nascosta, alla forza invisibile che sostiene il mito e, polemicamente, al nascondimento di questa bellezza da parte degli psicologi e della psicologia. La lezione di Hillman è in sintonia con Jung e ne recupera il dettato sub specie aesthetica (una specie che allo psicologo svizzero risultava indigesta). Se non si vuole che i figli vivano la vita mancata dei genitori, ne incarnino l'ombra (ovvero, nel linguaggio di Hillman, ne diventino i vampiri), occorre che i genitori rechino testimonianza del proprio demone e lascino ai figli il loro. Col linguaggio della dea ragione francese, che Hillman non ama, la dea di Cartesio e Malebranche, di Lacan e Derrida, occorre decostruire i genitori, decostruire la fallacia genitoriale, porre fine all'adulazione dell'archetipo. A ridosso della sintonia con Jung, con Platone/Plotino e la demonologia antica Hillman fa valere l'equazione romantica della psicologia archetipica. Il bambino è il padre dell'uomo, scriveva Wordsworth dopo esser saltato di gioia alla vista di un arcobaleno. Insieme a Wordsworth, insieme a Keats, che vuole una vita di sensazioni piuttosto che di pensieri, Hillman rivendica la necessità che la bellezza permei di sé la psicologia. Ciò lo induce a retrodatare l'inizio della psicologia al tempo in cui l'entusiasmo romantico spezzò le reni all'età della ragione. Cosa compresero i romantici due secoli fa di tanto essenziale per noi? Compresero che ogni teoria della vita deve basarsi sulla bellezza se vuole spiegare la bellezza cui tutta la vita aspira. Come scrive Keats, nella sua ode all'urna greca, la bellezza è verità e la verità è bellezza. E' tutto quello che sappiamo su questa terra e tutto quello che su questa terra abbiamo bisogno di sapere. (G.A.)
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James Hillman,
Oltre l'Umanismo
Traduzione italiana a cura di Paola Donfrancesco e Milka Ventura. Bergamo, Moretti & Vitali, 1996. Contiene una utile «bibliografia italiana» delle opere di Hillman.
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Si tratta di quattro contributi («Sul bisogno del fondamento», «La certezza mitica», «Una cosmologia per l'anima», «Dallo specchio alla finestra») concepiti tra il 1982 e il 1988, e originariamente pubblicati tra il 1988 e il 1990, seguiti da una appendice-manifesto che risale al 1970 e che reca il programmatico nonché interrogante titolo «Perché la psicologia archetipale?». In quest'ultimo contributo Hillman sottopone a critica le dizioni «psicologia junghiana» (il termine «junghiano» andrebbe usato, e in tal modo si regola Hillman, solo in riferimento a Jung), «psicologia complessa» (il termine «complesso» presenta l'inconveniente di richiamare limitative accezioni patologiche), «psicologia analitica» (localizza il problema della psiche nell'anima dell'individuo, si limita all'ambito della terapia e in esso fa rientrare ogni altra prospettiva di studio) e oppone ad esse «psicologia archetipale». Per quanto riguarda gli altri contributi il loro significato va forse colto nella ridefinizione ecopsicologica, egodecentrante, psicocosmologica che Hillman dà della famosa frase del poeta romantico John Keats «chiama pure questo mondo la valle del fare anima». Il grave errore, dettato dal narcisismo, autodenunciato da Hillman, consiste nell'aver ritenuto, a ridosso della frase del poeta romantico, che il mondo costituisse, per così dire, il «là fuori» utile per fare la nostra anima. Quel «nostra» va espunto, ovviamente. Non figura, del resto, nel testo originale. In luogo del «nostra» Hillman parla di «sua». L'anima in gioco è l'anima mundi. Transitiamo per essa, per essere utili, noi, a questa lei. Qui risiede anche il senso di quell'oltre che si recita nel titolo e che ricorda, per più d'un motivo, la polemica intercorsa tra Sartre e Heidegger intorno alla Lettera sull'umanismo del filosofo tedesco. Essendo utili, noi, all'anima del mondo, siamo anche utili alla «nostra» anima. Il mondo, diciamo anche così, funziona a ben vedere come un costante oppositore, ridefinitore del nostro narcisismo. Hillman propone una lettura che, a suo dire, suggerisce una vera libido d'oggetto al di là del narcisismo e rispolvera, a tale riguardo, la definizione che dell'amore ha dato Otto Fenichel, secondo il quale è possibile parlare d'amore soltanto quando «è impossibile la propria soddisfazione senza soddisfare anche l'oggetto» (p. 99). Oltre l'umanismo significa, insomma, anche un al di là del narcisismo. Hillman polemizza apertamente con la mania (siamo negli anni ottanta) per Kohut e l'archetipo del puer che domina la terapia «tenendo al sicuro i pazienti (e gli analisti) dal mondo». Al narcisismo, di Kohut, Kernberg e Lacan, al narcisismo di cui anche gli junghiani si sarebbero invaghiti, al narcisismo perso nello specchio, manca la finestra. E la finestra apre appunto sul mondo del fare anima. (G.A.)
Le due recensioni sono pubblicate nel Giornale Storico di Psicologia Dinamica, 41, 1997.