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Rassegna bibliografica

I silenzi e la psicoanalisi

La rassegna prende in considerazione i contributi pubblicati su "silenzio e psicoanalisi" a partire da Freud.

(Estratto)

Ferenczi è stato il primo degli psicoanalisti a pensare il silenzio nella sua singolarità, il primo a offrigli un breve tributo. Lo ha fatto in un lavoro del 1916, a partire dalla concezione intrattenuta da Freud circa l'esistenza di precisi rapporti tra erotismo anale e linguaggio. Sarebbe stato comunque Ferenczi il primo psicoanalista ad aver posto in relazione il silenzio con l'erotismo anale.

Il silenzio è d'oro, così suona la frase pronunciata da un paziente ossessivo dello psicoanalista ungherese. Solitamente laconico il paziente si mostra particolarmente loquace. A Ferenczi che glielo fa notare, il paziente ci scherza su dicendo appunto che, dopo tutto, "il silenzio è d'oro". Prendendo spunto da questa sua idea, Ferenczi gli fa "rilevare l'identità simbolica dell'oro e delle feci" e aggiunge "che evidentemente egli è solito lesinare le parole così come lesina l'oro e le feci, e solo in via eccezionale oggi si trova in uno stato d'animo di prodigalità". Il silenzio è d'oro nella misura in cui "non parlare significa in se e per sé un risparmio".

Per altri versi l'equazione stabilita da alcuni pazienti tra verbalizzazione e azione ha come conseguenza che la paura di agire inibisca la parola nel corso del trattamento analitico. Il fatto poi che Ferenczi abbia consigliato di rispondere al silenzio col silenzio è un riflesso dell'orientamento degli psicoanalisti del suo tempo unilateralmente centrati sul paziente. Tale (contro)misura tecnica era stata criticata anche da E. Glover nella sua "Tecnica della Psicoanalisi" pubblicata nel 1955.

Il primo scritto della psicoanalisi specificamente dedicato al silenzio risale al 1916. Dalla nascita della psicoanalisi, ovvero, dalle nascite della psicoanalisi sono dovuti passare molti anni prima di approdare al silenzio. Non basta ovviamente il breve scritto di Ferenczi a costruire una psicologia del silenzio. Non è comunque casuale che il contributo di Ferenczi sul silenzio acquisti in profondità a misura del (relativo) allontanarsi dello psicoanalista ungherese dall'alveo freudiano. Ciò appare del tutto evidente nelle annotazioni del 1930-32 e nel "Diario Clinico".

Va comunque riconosciuto che il contributo di Ferenczi al silenzio si affina negli anni dell'ortodossia psicoanalitica. Il che è possibile constatare al meglio in uno breve contributo del 1915 dal titolo Anomalie psicogene del timbro della voce. In esso Ferenczi elabora la feconda nozione di "dialogo degli inconsci", da lui riferita, nella circostanza, non tanto alla modalità della sana comunicazione silenziosa, quanto a una sorta di collusione, ovvero di invasione silenziosa dell'altro, di controllo silenzioso dei comportamenti dell'altro. Se, infatti, in via del tutto generale Ferenczi ritiene che s'instauri un dialogo degli inconsci quando "due persone si capiscono e si lasciano capire reciprocamente a fondo, senza che la coscienza di entrambi ne abbia sentore", nel proprio contributo egli offre la declinazione umbratile di quanto appena asserito.

Si tratta del caso del ragazzo dalle due voci (voce di falsetto e voce di basso). La voce di basso era stata decodificata dalla madre come segnale d'una virilità incombente, che si stava risvegliando in modo pericoloso, nel modo cioè che annunciava un possibile legame incestuoso. A sua volta il figlio aveva chiaramente compreso il fastidio che derivava alla madre dall'udire al voce di basso e aveva interpretato le sue reazioni come improntate a un "divieto dei desideri incestuosi".

Assoggettandosi a tale divieto egli era ritornato alla voce di falsetto e, contemporaneamente, aveva sviluppato sintomi ipocondriaci e disturbi della potenza. Per amore della madre, ovvero per ottemperare al desiderio della madre (per esserne a tutti gli effetti il fallo, coprirne la beanza), il ragazzo aveva conservato i propri tratti femminili. Con altra terminologia ferencziana, precorritrice di quello che sarà il doppio legame, si potrebbe qui parlare anche di "co-subordinazione reciproca".

E' soprattutto nel silenzio che il desiderio (dell'altro) trionfa su noi. Quando due persone comunicano, sosteneva Ferenczi, lo fanno sempre a due livelli, di cui uno è sempre silenzioso. Quello che gli psicologi pragmatisti avrebbero chiamato livello metacomunicativo, lo psicoanalista ungherese aveva già individuato sotto il nome di "dialogo rilassato". Il silenzio è un dialogo rilassato, dunque. L'altro livello, linguistico, viene inteso da Ferenczi come "comunicazione attenta".

L'iter analitico di Ferenczi coincide con una progressiva utilizzazione del dialogo rilassato e, con esso, del silenzio. A tale progressione corrisponde inoltre un allontanamento dalle posizioni freudiane.

Il discorso sul dialogo degli inconsci è in realtà molto più complesso di quanto non appaia da queste brevi note. Esso investe, infatti, la relazione analitica (come aveva ben compreso Rank, che fa riferimento alla nozione ferencziana ne "Il trauma della nascita") e la sperimentazione condotta da Ferenczi nel campo della trasmissione del pensiero. I cui esiti si trovano soprattutto esplicitati nell'epistolario con Freud, nelle annotazioni del 1930-32 e nel "Diario Clinico", con riferimento particolare alla paziente regina Elizabeth Severn (ivi indicata con la sigla R.N.).


Reik (1926), "The Psychological Meaning of Silence", in The Psychoanalytic Review, 55, n. 2, 1968 (conferenza pubblicata originariamente in Wie man Psychologe wird, Int. Psychoan. Verl., 1927).

Nel contributo di Reik la questione centrale è già quella del silenzio dell'analista e dei suoi effetti sul paziente.

La psicoanalisi mostra, secondo Reik, sia il potere della parola, sia il potere del silenzio. E' appunto nella prospettiva della potenza del silenzio che può essere letto il suo contributo Nel centrare la questione sulla potenza del silenzio e sul silenzio dell'analista (ovvero transitivamente, sulla potenza dell'analista), Reik mi sembra collocarsi su posizioni di avanguardia in seno al movimento psicoanalitico.

Di quella potenza in relazione ai suoi effetti, vengono in linea di massima distinti due stadi. Nel primo il silenzio dell'analista è rassicurante per il paziente, segnala ad esempio la profonda attenzione dell'analista nei suoi confronti. Nel secondo è in coincidenza col silenzio del paziente (qualcosa che egli non vuole dire o trova arduo dire) che il silenzio dell'analista cambia di segno.

E' a questo punto che il paziente, secondo Reik, si rende veramente conto del silenzio dell'analista, nel senso che gli conferisce un particolare significato. Stavolta, però, il silenzio dell'analista non "suona" più rassicurante. E, tuttavia, è in tale connessione che si dimostra l'effettività di quello che Reik chiama "il potere attivo del silenzio". Tale potere è attivo nella misura in cui elicita un vasto ventaglio di risposte da parte dal paziente. Il quale, dal momento in cui scopre il silenzio dell'analista, cerca di infrangerlo comunicandogli quello che egli ritiene l'analista voglia sentire.

Ancora più potente diventa allora il silenzio dell'analista, dal momento che permane implacabile a dispetto delle comunicazioni del paziente. L'interpretazione che il paziente dà del silenzio dell'analista di conseguenza s'incupisce, assume le specie della negazione, della mancanza d'amore e come tale mette a nudo vissuti di colpa e castrazione. Dal momento che il silenzio continua, il paziente può essere condotto a desiderare la morte dell'analista.

Appunto questo intende il paziente quando dice di sentire la grande distanza dell'analista. E, del resto, è ben presente a Reik l'antica equazione silenzio = morte, equazione che ritorna nella tesi di Freud secondo cui la pulsione di morte pulsa in silenzio. Il che Reik ricorda alla fine del proprio intervento, là dove parla del silenzio come d'un segno della realtà della pulsione di morte in contrasto col parlare inteso quale tentativo di conquistare la morte con l'aiuto delle pulsioni erotiche (di vita).

E' chiaro, scrive Reik, che il silenzio sia venuto prima della parola e che la parola sia sorta dal silenzio come la vita dalla morte. Nella prospettiva d'una psicostoria del silenzio è interessante la considerazione svolta da Etchegoyen ne I fondamenti della tecnica psicoanalitica, testo, sia detto per inciso, nel quale non figura un capitolo specificamente dedicato alla questione del silenzio. Le osservazioni ad esso dedicate figurano, significativamente, in una sezione incentrata sulla regressione terapeutica.

Etchegoyen rileva come il silenzio sia per Reik "un fattore decisivo per l'istituzione della situazione analitica". Ciò è dovuto al fatto che esso risveglierebbe nel paziente la coazione a confessare (tematica, questa, cui Reik ha dedicato uno studio specifico). Etchegoyen non manca di stigmatizzare la tecnica del silenzio di Reik. "Ciò che questo autore aggiunge senza dirlo" scrive "è la funzione di artificio che svolge l'analista che se ne sta in silenzio".

Ora, appunto questa funzione d'artificio, presente secondo Etchegoyen in Reik, viene collegata a Menninger (autore d'una Teoria della tecnica psicoanalitica, pubblicata nel 1958) e, soprattutto, a Lacan e alla scuola lacaniana. "Menninger" scrive Etchegoyen "spiega la regressione nel processo analitico con ragionamenti simili a quelli di Lacan, cioè con le aspettative che si risvegliano nel paziente per il silenzio dell'analista". Quanto a Lacan, e alla sua scuola, il rigoroso silenzio nella situazione analitica che li caratterizzano ancora una volta opererebbe, nel giudizio di Etchegoyen, come un artificio. Della effettività, della felicità, della Wirkungsgeschichte di quest'artificio Etchegoyen non dice nulla.

Va rilevato, in sede di ricostruzione storica, che il nesso Lacan-Reik appare evidente nello scritto dello psicoanalista francese che reca il titolo Varianti della cura tipo. In esso Lacan fa esplicito riferimento al famoso scritto reikiano, debitore per il titolo a Nietzsche, Ascoltando col terzo orecchio, scritto nel quale si fa anche questione del silenzio dell'analista in termini che ribadiscono quanto già sostenuto nella conferenza del 1926. Per non parlare dell'undicesimo seminario, quello sui quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, nel quale Lacan parla di Reik come dello psicoanalista che sapeva sentire ciò che parla dietro l'inganno del paziente. Qualcosa va detto, infine, sulla questione del controsilenzio col quale l'analista dovrebbe rispondere al silenzio del paziente.

Ebbene, i termini con cui Reik propone la questione sono assimilabili a quelli con cui anche Ferenczi l'ha affrontata. Calogeras parlerà nella fattispecie d'una "costante" o regola del trattamento analitico praticata da molti analisti "fino a oggi" (l'articolo di Calogeras è del 1966). Non tutti gli analisti però si sono trovati in accordo con essa. E. Glover l'ha criticata già a partire dal 1928. In Analisi del carattere W. Reich ne parla come del famoso "silenzio analitico" in cui cadono quegli analisti che non sono in grado di controllare sufficientemente il proprio sadismo. Il loro nemico, scrive Reich, non è la nevrosi del paziente, ma il paziente che non vuole guarire.

Giorgio Antonelli

ancora sul silenzio:

Giorgio Antonelli, Fare tèchne col silenzio (articolo)

Giuseppe Casadio, Il silenzio e l'analisi (articolo)