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L’arte della psicoterapia

Lo spazio terapeutico come luogo sacro dove si svolgono i Misteri dell’anima


Estratto




L’artista russo Kandinskij, creatore della pittura astratta, esprime nelle sue opere lo strettissimo legame che riesce a intravedere tra l’opera d'arte e la dimensione spirituale. L'arte, per questo suo autorevole rappresentante, “oltrepassa i limiti nei quali il tempo vorrebbe comprimerla, e indica il contenuto del futuro”. Il colore, per Kandinskj, può avere due possibili effetti sullo spettatore: un effetto fisico, superficiale, basato sulla percezione sensoriale e un effetto psichico dovuto alla vibrazione spirituale attraverso cui il colore raggiunge l'anima: il colore “ha un odore, un sapore, un suono”. Il rosso, per esempio, esprime dolore, ma non tanto per un'associazione di idee (il colore del sangue), quanto per le sue intrinseche caratteristiche, per il suo "suono interiore". Kandinskij per spiegare l'effetto del colore sull’anima utilizza una metafora musicale: il colore è il tasto, l'occhio è il martelletto, l'anima è un pianoforte di infinite corde. La composizione di un quadro, secondo l’artista russo, non deve rispondere ad esigenze puramente estetiche ed esteriori, piuttosto deve essere coerente con una profonda necessità interiore, che l'autore chiama onestà. Il bello non è quindi ciò che risponde a canoni estetici ordinari e prestabiliti. Il bello è ciò che risponde a ciò che l’artista sente e vive come una necessità interiore.

Necessità interiore che in fondo all’anima appartiene a tutti noi in quanto, secondo Carotenuto, siamo tutti potenzialmente “artisti”. Ed è proprio attraverso la sofferenza che ci costringe a porci domande alle quali non possiamo rispondere se non ponendoci altre domande, che siamo in un certo senso “chiamati” all’auto-espressione ed all’evoluzione. Chiamati da “qualcosa” che sembra aver luogo altrove, fuori di noi, qualcosa che “feconda la nostra anima” e ci rende appunto “creativi”. Per Carotenuto come per Meister Eckhart creare significa dedicarsi alla dimensione sacra dell’esistenza: “la creatività è una scintilla del divino che dimora nella nostra interiorità”. (Carotenuto, 1991). Una scintilla che dimora in quel luogo di alterità, quell’aldilà dentro di noi che Rudolf Otto definisce “numinoso”, un luogo più reale della realtà stessa, un luogo futuro, presente nel presente, che usiamo chiamare sacro. Tutta l’arte in questo senso diviene arte-sacra, così come sacro è anche il temenos, lo spazio della terapia.

Dinanzi ad un’opera d’arte o all’ingresso di un luogo sacro, come per esempio un santuario in uso da secoli, molte persone fanno un’esperienza soggettiva comune: provano sentimenti di pace interiore e armonia quasi palpabili, rispetto reverenziale, timori e tremori come se l’aria che si respira in questi luoghi fosse stata impregnata oltre che della bellezza artistica, anche da tutte le proiezioni, emozioni, intenzioni, preghiere e significati che sono stati riversati da generazioni di visitatori che ne hanno calpestato il suolo, contemplato la bellezza, e “respirato” l’atmosfera.


Abstract

Dinanzi ad un'‘opera d’arte o all’ingresso di un luogo sacro, come per esempio un santuario in uso da secoli, molte persone fanno un’esperienza soggettiva comune: provano sentimenti di pace interiore e armonia quasi palpabili, rispetto reverenziale, timori e tremori come se l’aria che si respira in questi luoghi fosse stata impregnata oltre che della bellezza artistica anche da tutte le proiezioni, emozioni, intenzioni, preghiere e significati che sono stati riversati da generazioni di visitatori che ne hanno calpestato il suolo, contemplato la bellezza, e “respirato” quell’atmosfera. Ma ciò che incanta allo stesso tempo sconvolge, estranea, scuote l’anima nelle fondamenta, spiazza. Difficilmente si osserva un capolavoro rimanendo gli stessi di sempre, distaccati e indifferenti. Qualcosa accade: inquietudine, panico, terrore, oppure sentimenti di unità, di espansione di sé, che favoriscono l’accesso ad un sorgente interiore di forza vitale. Nel bene o nel male, qualcosa accade. L’emozione e la gioia che scaturiscono dalla contemplazione della bellezza ci riconducono ad una dimensione estatica di espansione e perdita dei confini, a quella dimensione del piacere, unione e fascinazione dell’originaria fusione con la Madre-Natura che affonda le radici nella esperienza prenatale. Questo sentimento di completezza che appartiene ai territori sconfinati della esperienza intra-uterina trae la sua origine in quel passato remoto mai del tutto cancellato: quando eravamo Tutto e non c’era mancanza dalla quale nascere un qualsiasi desiderio. L’esperienza estetica offre un spazio intermedio nel quale ritualizzare la nostra fame di completezza, la nostalgia di quel luogo dell’anima pervaso di Piacere, Bellezza e Armonia, L’estasi paradisiaca, la fusione con il corpo materno. Infatti più l’opera d’arte è famosa, conosciuta da tutti, più assorbe per generazioni le proiezioni dei nostri desideri, aspirazioni, esaltazioni, divenendo simboli viventi e contenitori delle divinità che dall’inconscio collettivo tendono ad emergere e chiedono di essere accolte. Dinanzi all’incanto e alla bellezza di un luogo o di un’opera tramandataci da secoli, non possiamo esimerci di prendere contatto con l’altra realtà soggiacente alla nostra realtà consensuale, di ascoltare le sue richieste, e aprire la porta alle sue divinità, ai suoi simboli e archetipi.



The Art of Psychotherapy. The Therapeutic Space as a Sacred Space in which the Mysteries of the Soul are revealed

Before a work of art, or at the entrance of a sacred place -- for example a sanctuary which has been frequented for centuries --, many experience common sensations: almost palpable feelings of inner peace and harmony, reverence, fear and trembling as though the very air were impregnated, not only with artistic beauty, but also all the projections, emotions, intuitions, prayers and values of generations of visitors who have contemplated that beauty and “breathed” in that atmosphere. However, what enchants at the same time confuses estranges, shakes the soul to its foundation and alienates. Rarely does one observe a masterpiece remaining unchanged, detached or indifferent. Apprehension, panic, terror, or else feelings of unity, expansion, which favour the access to an interior source of vital forces --for better or worse, something happens. The emotion and the joy which result from the contemplation of beauty lead us back to an ecstatic, expansive dimension and loss of confines, to that dimension of pleasure, union and fascination of the primitive fusion with Mother–Nature which is rooted in the prenatal experience. This sentiment of completeness which belongs to the boundless territories of the experience in the womb has its origin in that never completely cancelled remote past, when we were Everything and there was no lack from which any desire could be formed. The aesthetic experience presents an intermediate space where our thirst for completeness and the nostalgia of that place of the soul pervaded with Pleasure, Beauty and Harmony can be ritualized. Paradisiacal ecstasy, fusion with the maternal body. In fact, the more famous a work of art is, the more it will have absorbed generations of projections of desires, aspirations, exaltations, becoming a living symbol and container of the divinities which from the collective unconscious tend to emerge and demand attention. Before the enchantment and the beauty of a place or a centuries-old work of art, we cannot avoid contact with the other reality underlying our common, consensual reality, or heeding its requests, and opening the door to its divinity, to its symbols and archetypes.