Nel nostro pensiero condiviso nessuno ha il permesso epistemologico di violare concettualmente la libertà del tu, ovvero dell’Uomo come inscindibile unità somato-psichico-relazionale che spesso l’etichetta diagnostica mette a margine, se non addirittura dimentica e/o scinde. Dedurre unicamente il comportamento dell’Altro da leggi prestabilite (secondo un certo cognitivismo), leggere il sintomo sul riconoscimento di modelli combinatori più o meno rigidamente fissati è modalità spesso difensiva che tende ad allontanare la possibilità dell’incontro.
Incontro anche come evento e appello che richiama entrambi all’ascoltarsi ed all’interrogarsi sugli aspetti sincronici; al curante sta il porsi domande: perché questo paziente è arrivato a me? Cosa viene a dire alla mia realtà psichica? Quale mio aspetto si rispecchia nel disturbo nel paziente?
In questa prospettiva, soltanto l’esperienza fenomeno logico-clinica dell’incontro interpersonale è esperienza veramente donatrice di senso, messaggio che sale dall’intima struttura dell’esistenza, che è sempre co-esistenza.
Indubbiamente il trincerarsi dietro l’applicazione dei protocolli sia nel momento oggettivante della diagnosi sia nella terapia esime il curante dal mettersi in gioco personalmente.
E qui nuovamente tornano attuali le parole di Jung : “Quanto più il trattamento procederà in modo schematico, tanto più provocherà le resistenze giustificate del paziente, e tanto più dubbia sarà la guarigione. Lo psicoterapeuta si vede quindi costretto, piaccia o no, a prendere in considerazione l’individualità dell’ammalato come fatto essenziale e ad adattare ad essa il suo metodo di cura.” 1962.
L’individualità dell’Altro assume allora ben altra dimensione rispetto alla sola sofferenza o al solo sintomo: è storia e tempo, cultura e presenza e relazione, corpo e silenzio.
Se guardiamo il paziente cercando di cogliere i molteplici e stratificati fili che ne costituiscono la trama potremo cogliere il soggetto nella sua relazione esistenziale irripetibile, nella sua storia interiore , e trovare in esso il presupposto fondamentale per la comprensione clinica.
Abstract
Simonetta Putti e Bruno Callieri
L’ambigua identità dello psicopatologo clinico e dell’analista junghiano in una prassi condivisa
Gli Autori lo psicopatologo clinico fenomenologicamente orientato e l’analista junghiana svolgono una riflessione che si aggancia allo spirito del nostro tempo, caratterizzato anche dal fenomeno immersivo della globalizzazione. Un tempo in cui talora l’identità sembra divenire multipla e decentrata. Oggi più che mai, è opportuno integrare nella propria ottica ed in modo intercambiabile le lenti dell’antropologia e dell’etnologia, della psicologia analitica, della fenomenologia e della narratologia e delle neuroscienze, per non trovarsi impreparati di fronte al sintomo che l’Altro ci propone o dietro il quale talora si nasconde. È il nostro anche il tempo in cui sembra aver collettivamente successo un approccio tecnico e spesso tecnicistico: sono di radicale attualità le polemiche e controversie attorno al DSM ed alla derubricazione di varie entità esistenziali e nosologiche. Nel pensiero degli Autori nessuno ha il permesso epistemologico di violare concettualmente la libertà del tu, ovvero dell’Uomo come inscindibile unità somato-psichica-relazionale che spesso l’etichetta diagnostica mette a margine, se non addirittura dimentica e/o scinde. Nell’ottica proposta, l’Altro/paziente è soggetto che va colto nella unicità dell’incontro, nella sua autentica relazionalità, che diviene leggibile in una dimensione interpersonale in cui possa delinearsi il volto dell’Altro. Sul punto gli Autori avviano un riflessione in transito che prende le mosse anche dal pensiero espresso da Heidegger nei Seminari di Zollikon: ovvero che “all’ordine del giorno va posta la radicale necessità che si diano dei medici pensanti, i quali non siano disposti a cedere il campo ai tecnici della scienza.”.
Simonetta Putti e Bruno Callieri
The Ambiguous Identity of the Clinical Psychopathologist and the Jungian Analyst in a Shared Praxis
The authors a phenomenology-oriented clinical psychopathologist and a Jungian analyst present a reflection in harmony with the spirit of our times also characterized by the all-engulfing phenomenon of globalization. A period in which at times identity would appear to have become multiple and decentralized. Today, more than ever, it is necessary to integrate the personal view and in an interchangeable way with those of anthropology, ethnology, analytical psychology, phenomenology, the narrative and the neurosciences, if we are to avoid finding ourselves unprepared when presented by the symptom of the Other, or behind which he is sometimes hidden. Ours is also a time in which a technical and often technicalist approach would appear to be a collective phenomenon: the polemics and controversies as regards the DSM and the cancellation of various existential and nosological entities are of great relevance to the present. In the opinion of the authors, no one has the epistemological right to violate conceptually the liberty of the you; that is, of Man as an indissoluble, somatic-psychic-rational unit which often is rendered marginal by diagnostic labels, if not actually ignored and/or sundered. In the view presented here, the Other/patient is subject and must be received in the unique nature of the encounter, in an authentic functionality, which becomes clear in an interpersonal dimension in which the nature of the Other can emerge. On this point, the authors advance a reflection in transit which originates also with the concept put forth by Heidegger in the Zollikon Seminars; that is, that “placed on the agenda should be the real necessity for thinking physicians, who are not disposed to retreat before the technicians of science”.