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L'iper-insight'. Quando i racconti del paziente bloccano l'analisi



(Estratto)



L’esperienza


Per circostanze casuali ci siamo trovati a condividere per alcuni mesi lo studio professionale nel quale esercitiamo l’attività clinica.

La frequentazione più intensa e la vicinanza spaziale hanno favorito un più vivo scambio delle reciproche esperienze ed hanno attivato il desiderio di instaurare una attività didattica, a latere di quella clinica singolarmente svolta. Abbiamo così stabilito - nel medesimo luogo ove si svolgevano le sedute individuali - un setting didattico, delimitato in ore di giorni prefissati.

Esaminati i casi in corso di analisi, ne abbiamo scelto due che ci sembravano idonei alla inauguranda attività didattica per alcuni principali fattori: si trattava di casi adeguatamente recenti; i pazienti in questione presentavano un andamento regolare delle sedute; i tratti di personalità dei pazienti nonché la loro strutturazione psicopatologica ci stimolava interesse.



La narrazione alla seconda potenza


Abbiamo – ovviamente – salvaguardato l’anonimato dei pazienti prescelti, decidendo di chiamarli/trattarli con l’utilizzo della prima lettera del nome.

Abbiamo stabilito due incontri didattici a settimana, nei quali avviare e portare avanti l’esperienza di didattica, sapendo che l’esperienza in questione avrebbe avuto la durata di circa tre mesi.

Il metodo seguito è consistito nel racconto del caso attraverso tre tappe. Nella prima fase si tracciava la configurazione storica del caso, mettendo in luce aspetti quali: inviante, primo contatto con il paziente, sua immagine e postura, modalità di verbalizzazione prevalente. Siamo passati poi alla fase successiva, nella quale si è visualizzato il percorso fatto dal paziente dall’inizio dell’analisi sino alla disamina che andavamo avviando. Siamo transitati poi alla terza fase nella quale discutevamo – volta per volta – l’ultima seduta effettuata con il paziente prescelto.

In tutte le fasi sinteticamente accennate il materiale è stato presentato e trasmesso attraverso il racconto. Valutando che, nello svolgersi della seduta individuale, il paziente ci fornisce la sua soggettiva narrazione, ci siamo trovati, nella fase didattica, a ‘raccontarci un racconto’. Narrazione che quindi potremmo chiamare: ‘narrazione alla seconda potenza’.



ABSTRACT

Questo articolo tratta del caso di Z., come è emerso durante una esperienza didattica di alcuni mesi. Z. è un uomo di circa 30 anni, affetto da un forte complesso paterno. La caratteristica peculiare di Z. è una imponente produzione narrativa e interpretativa, che abbiamo definito come iperinsight. Il racconto di Z. si caratterizza per l’abbondanza degli elementi descrittivi-analitici, privi del loro correlato emozionale, ai quali non segue mai una decisione reale di cambiamento. Il confronto fra didatta e terapeuta si dipana alla ricerca degli strumenti più adatti per scardinare la‘stasi narratologica’ di Z.



Hyper-Insight.When the Patient’s Narration blocks the Analysis

This article deals with the case of Z., as it emerged during the course of a training analysis of a few months’ duration. Z. is a 30-year-old man with a severe father complex and a particular characteristic consisting of an impressive narrative and interpretative production which we have defined as hyper-insight. The narration of Z. contains an abundance of descriptive-analytical elements, lacking however their correlative emotion, preventing the taking of any real decision for change. The confrontation between trainee and therapist was resolved through a search for more suitable instruments for undoing the narrative stasis of Z.