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La fantascienza, contenitore di metafore, si presta essa stessa a rivestire il ruolo di metafora assoluta del possibile, della sua dimensione psicologica.
E proprio nello scenario fantascientifico, come quello in cui si va a collocare l’ipotetica astronave, che può prendere forma più concreta anche il concetto di infinito, nella sua duplice accezione spazio-temporale.
Quello di infinito è un costrutto di portata fisica e matematica, ma anche cosmologica, filosofica, teologica e, naturalmente, psicologica.
Quale può essere la lettura psicologica dell’infinito? Una risposta può ad esempio essere cercata nel sistema psicologico proposto da I. Matte Blanco, cileno di nascita ma italiano di adozione, autore de ‘L’inconscio come insiemi infiniti’.
Nel modello di Matte Blanco si perviene ad un’audace sintesi della coppia primordiale di contrari perasapeiron, il finito e l’illimitato, secondo la tradizione filosofica che risale ad Anassimandro, avvalendosi della più moderna definizione di infinito, attuale e non potenziale, che deriva dalla speculazione del matematico tedesco Georg Cantor, padre della teoria degli insiemi.
Mediante il suo principio di generalizzazione, lo psicoanalista cileno porta la logica e la necessità del concetto di infinito direttamente a contatto dialettico con il finito, così come l’essere si relaziona al divenire, la notte al giorno.
Ovvero l’infinito come categoria ‘necessaria’ alla psiche, per garantirne il funzionamento.
L’infinito come attitudine, come eterno ritorno delle cose e degli uomini, dei loro pensieri … delle riflessioni.
Un Tutto primordiale, protomentale direbbe Bion, da cui scaturisce la separazione delle logiche, simmetrica e asimmetrica, del conscio dall’inconscio, e a cui tutto ritorna in una sintesi di eterna creazione e dissoluzione.
La ricerca dell’infinito, fuori e dentro se stessi, le espressioni tangibili di questa, possono essere considerate anche misura diretta del dialogo che ogni uomo intrattiene con il proprio inconscio, la ‘via regia’ personale.
Ad ognuno la possibilità di scelta del linguaggio espressivo più congeniale : arte, scienza, religione, filosofia, psicologia.
Ed è specialmente dalle contaminazioni tra i linguaggi che scaturiscono le intuizioni più originali e creative: matematica e psicologia in Matte Blanco o anche geometria non euclidea e arte grafica in Escher.
Proprio nella produzione dell’artista olandese si può ravvisare il bisogno di esprimere il concetto, la necessità di infinito attraverso i progressivi rifacimenti di opere assomiglianti a dei ‘mandala’ sempre più penetranti e mai definitivamente compiuti.
Osservando le opere di Escher il pensiero non può non correre, per automatica associazione, anche al modello junghiano di psiche, al Sé, alla totalità infinita che esprime.
L’infinito dunque, abisso profondo che inghiotte o spazio etereo in cui riconoscersi ?
La risposta è nascosta nella psiche individuale di ogni essere umano che si pone il quesito, alla sua capacità di sapersi destreggiare tra il panico della dissoluzione e l’abbandono ‘fiducioso’, ovvero intimamente religioso, al fluire della vita.
Di quella stessa vita che può essere considerata nient’altro che iniziazione all’infinito e che proprio nell’infinito trova la sua redenzione.
Senza cadere nella tentazione, o meglio nel delirio, di voler a tutti i costi catturare, possedere l’infinito, ma accettando con umiltà di esistere solo in un frammento finito di esso … quello che ci è stato consegnato al momento della nascita.
La lontananza cosmica, la solitudine senza confini di ipotetici astronauti migranti nello spazio perde così parte della sua valenza tragica, ricollocandosi comunque nell’alveo dell’esperienza umana e quindi nella dimensione psicologica.
La fantascienza ci aiuta sì ad immaginare scenari che amplificano enormemente nel tempo e nello spazio la dimensione dell’esperienza, ma gli interrogativi che gli uomini si pongono sono sempre gli stessi e, ciò che è più importante, le risposte sono già racchiuse nell’animo di ciascuno.
Basta avere il coraggio di cercarle ossia di vivere.
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