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Le lezioni scorrevano sul filo dell’interattività reciproca, l’attenzione dei presenti era continuamente sollecitata.
Quando il pensiero si immergeva nelle profondità più buie, nell’aula non si percepiva nemmeno un respiro , ma subito dopo, con un improvviso cambio di ritmo, arrivava la provocazione, la sollecitazione da parte del docente rivolta ad un pubblico pronto a raccoglierla.
Ho utilizzato volutamente il termine ‘pubblico’ perché effettivamente ho sentito la cattedra come un piccolo palcoscenico, sul quale si muoveva, con passi lenti e ponderati, un docente istrionico e geniale, dotato di fascino e di profondo carisma.
Diciamo che le sue, più che lezioni, erano esperienze da vivere e da condividere, divertenti e stimolanti che avevano anche un seguito serale al Caffè Notegen dove, una volta al mese, Carotenuto riuniva il gruppo del suo Centro Studi, per un approfondimento dei temi trattati e incontri con esponenti che gravitavano nel mondo dello junghismo romano.
Erano incontri aperti a tutti, studenti e non, all’insegna della libertà di espressione e della creatività.
Scendere le scalette impervie per raggiungere la cantina del Notegen era diventato per me un rito imperdibile, mi aiutava ad uscire dal guscio della timidezza e dell’introversione, per cui azzardai anche qualche piccolo intervento nei dibattiti…
Non pensavo che ciò potesse avere qualche conseguenza e invece, con immenso stupore, un giorno in facoltà, al termine di una lezione, Carotenuto mi si avvicinò e, dopo avermi chiesto con estrema gentilezza il nome e cosa facessi nella vita, mi propose di collaborare ad un progetto sul Faust di Goethe.
Fu così che iniziò il nostro rapporto, costruito sulle basi della stima e simpatia reciproca e che è proseguito fino agli ultimi istanti della sua vita.
Goethe per me costituiva solo il ricordo di superficiali, premature, letture giovanili, pertanto dovetti affrontare quest’autore ripartendo quasi da zero, ma con i mezzi e la mentalità di un adulto, per cui il Goethe Institut di via Savoia, la libreria Herder, la casa di Goethe a via del Corso divennero i miei nuovi punti di riferimento.
E giù a tracciar schemi, riepiloghi, traiettorie di studio … non c’era dibattito o incontro culturale sul tema che io mi perdessi … registravo conferenze, ne compilavo le sintesi…
Insomma era l’esperienza di ‘vivere’ un progetto culturale e non certo di preparare una tesina compilativa…
Dopo alcuni mesi, mi ricordo era l’estate del 1998, Catotenuto mi chiese di preparare gli schemi per le lezioni dell’imminente anno accademico, che nella parte monografica, avrebbe avuto come tema proprio la figura di Faust.
Si trattava di preparare i famosi ‘paroloni’, ovvero una traccia scritta a caratteri di grosse dimensioni su dei fogli che venivano posati sulla cattedra ed ai quali Carotenuto dava, durante la lezione, una veloce occhiata, tanto per non perdere il filo del discorso. Costituivano cioè uno schema da seguire con attenzione o da abbandonare se l’ispirazione del momento stimolava qualche improvvisazione.
Già, è proprio questa la rivoluzione copernicana del metodo di insegnamento di Carotenuto: le lezioni venivano rigorosamente registrate su cassetta, poi trascritte nel suo studio da segretarie o altri studenti; da tutto questo materiale raccolto e dall’integrazione critica dell’autore, si andava costruendo il testo finale che sarebbe poi stato pubblicato all’inizio del successivo anno accademico per costituire uno dei testi da preparare per l’esame di Psicologia della Personalità.
Nel frattempo qualche nuovo studente, scelto da Carotenuto, veniva incaricato di preparare il tema monografico dell’anno successivo.
In pratica, mentre era in pieno svolgimento il corso su Faust, qualcun altro già era impegnato a studiare Amleto.
Ecco perché dicevo che Carotenuto aveva uno sguardo sempre rivolto all’orizzonte dei suoi progetti che diventavano, in parte, anche i nostri; c’insegnava a non fossilizzarci nell’ovvio e a guardare ai problemi con un approccio interdisciplinare: per imparare qualcosa di Psicologia bisognava attraversare i territori dell’Arte e rimanerne toccati, contagiati. Tutto ciò richiedeva attitudine e sensibilità. Il nozionismo poteva aspettare. Carotenuto voleva fare dei suoi studenti delle persone ‘colte’ ovvero curiose e capaci di muoversi sul territorio della cultura e del pensiero, non dei ripetitori eruditi o dei passivi sudditi di un modello.
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