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Le sub-personalità (parte seconda)

(Estratto)



4. SUB-PERSONALITA’ SCHIZOIDE



DESCRIZIONE


La tendenza a conservare la vita è un istinto primario che accomuna tutti noi. Se qualche fattore minaccia da vicino la nostra esistenza, la nostra individualità, la tendenza alla conservazione si acuisce, si esaspera, fino ad indurre una diffidenza generalizzata che si impone coattivamente e “istintivamente” anche nelle situazioni meno ostili. La costante comportamentale di una persona a struttura schizoide è caratterizzata proprio da una diffusa e insuperabile diffidenza legata direttamente ad un esasperato istinto di conservazione. La diffidenza nello schizoide si presenta come una difesa psichica che ha assunto un carattere invalidante. È infatti caratterizzata da un potenziamento dell’autos, ovvero di tutto ciò che si fonda sul se stesso; dall’autonomia, all’autoarchia, all’autismo. Chi non si fida di niente e di nessuno tende inevitabilmente a fare da solo, con il risultato che l’indipendenza e l’autonomia diventano valori assoluti. Lo schizoide è dunque per sua natura riservato, può essere scambiato per timido, snob, altezzoso, ma in realtà ha paura del rapporto con gli altri. Egli ha sempre bisogno di avere un determinato spazio personale intorno a sé, che non può essere occupato, invaso, pena l’aumento immediato della paura. I rapporti interpersonali sono piuttosto superficiali, dove tendono al minor coinvolgimento possibile. Spesso lo schizoide dà per scontato che gli spettino disponibilità, prestazioni e favori. Le sue aspettative esasperano l’altro, fino a portarlo a continue prove del suo amore; se il partner non regge la situazione, lo schizoide può finalmente concludere che “faceva proprio bene a non fidarsi” e tornare, rafforzato nel suo atteggiamento, all’autarchia originaria. Lo schizoide non è anaffetivo, ma vive la sua affettività in modo disturbato. Dentro la corazza di cui lo schizoide si riveste palpita un midollo tenero e sensibile, che si strugge dal desiderio di potersi affidare a qualcuno ed aspira a rapporti affettivamente intensi. Spaventato fino al panico, l’individuo si ritira entro la sua turris eburnea e guarda con somma diffidenza tutto ciò che sta al di fuori. La diffidenza, la scarsa familiarità con i sentimenti, la paura dell’emotività impongono lo sviluppo di altre funzioni e di altri lati della personalità. È tipico riscontrare nello schizoide un grande sviluppo delle facoltà percettive; sempre all’erta, affina l’apparato sensorio. Si dice che abbia “antenne” molto sensibili; in effetti coglie il particolare, capta le atmosfere, fiuta le cose prima che accadano. Il mondo di chi non si può fidare è irto di potenziali pericoli: è quindi necessario avvertirli il più precocemente possibile.Verrebbe erroneamente da pensare che abbia una forte capacità intuitiva, ma in realtà il forte controllo razionale inibisce questa facoltà; allora si può dire che le sue siano acute osservazioni. Il lato intellettivo-razionale è infatti sviluppato in maniera ipertrofica. Solo ciò che è scientifico e matematicamente certo è affidabile. Considera deboli coloro che credono nella legge, nelle istituzioni, nell’etica o nella religione. Gli schizoidi riescono bene negli studi che comportano un alto livello di astrazione: la filosofia permette di trovare una spiegazione razionale a tutto e quando tutto è chiaro non è più insidioso, non fa più paura. L’ipertrofia della ragione, nello schizoide, non implica di per sé la presenza anche della critica. Le elucubrazioni schizoidi sono certamente logiche, spesso lucide, ma non necessariamente critiche. Proprio per il fatto di essere anticipatori e non convenzionali, gli schizoidi sono spesso scarsamente popolari, ma al tempo stesso possono scatenare cambiamenti ed essere pionieri e iniziatori, poiché vivono più intensamente la precarietà dell’esistenza umana. Lo schizoide ha capacità ironiche e satiriche, un occhio acuto per le debolezze altrui; è poco incline a tollerare l’inautenticità dell’altro, crede nelle proprie capacità e vive in larga misura senza farsi illusioni. Nelle strutture fortemente schizoidi riscontriamo atteggiamenti di dominio sugli altri, più o meno marcati di sadismo psichico e/o fisico, di teorizzazione della propria autarchia e mancanza di legami come un valore assoluto (è il caso di molti dittatori). Chi è senza legami diventa facilmente inumano. Fintanto che le difese schizoidi rimangono tipologiche e non divengono patologiche, sono molto spesso adattive e funzionali alla nostra società. La nostra società stessa, infatti, va assumendo sempre più caratteri marcatamente schizoidi.

CLIMA FAMILIARE

C’è da chiedersi dove nascano atteggiamenti e difese così radicati e strutturati come quelli dello schizoide. La risposta classica, assai ovvia, ci rimanda al primo quadrimestre di vita e alle vicende della posizione schizo-paranoide descritte dalla Klein. Ma noi, avvallandoci di stimabili ricerche scientifiche, vorremmo osservare che cosa accade al bambino nel ventre materno e cosa vive nel travagliato momento in cui lo lascia. Gli studi sulla vita prenatale pongono sempre più in luce la complessità dell’esistenza all’interno dell’utero. Alla quinta settimana di vita il feto dispone di una gamma di risposte riflesse. Già all’ottava settimana, queste si organizzano in un autentico linguaggio corporeo con cui il bambino risponde agli stimoli, interni ed esterni, che gli pervengono. A quattro mesi è in grado di discriminare i sapori, di avvertire i rumori anche provenienti da fuori e di reagirvi. Sin d’ora è in grado di riconoscere la voce, non solo della madre, ma anche del padre e, ciò che più importa, dopo la nascita saprà precocemente riconoscere tali voci e rispondervi emotivamente. Nel terzo trimestre di vita pare che le strutture nervose centrali e periferiche consentano il costituirsi di rudimentali tracce mnestiche e di una primordiale vita emotiva. Certe abitudini materne vengono assimilate dal feto e ricordate dopo la nascita. Tra madre e nascituro si instaura un flusso intenso continuo e puntuale di comunicazioni, che potrebbe essere definito una precocissima forma di comunicazione simpatetica. Stati d’ansia, di collera ed altri stati emotivi della madre si trasmettono tempestivamente al feto. Il feto non solo recepisce, ma discrimina i sentimenti della madre e vi reagisce. Ricerche sui disturbi comportamentali neonatali hanno dimostrato che i figli non voluti presentano, fin dal momento della nascita, una più alta incidenza di disturbi e disadattamenti, la stessa cosa si verifica anche per madri ambivalenti. L’accettazione vera, sentita, spontanea del futuro figlio è la prima forma di igiene psichica

L’utero materno è il primo mondo del bambino, se questo è accogliente egli può iniziare sin da prima della nascita a sviluppare sentimenti positivi, ma se questo è ostile e rifiutante egli reagirà, a sua volta, con rifiuto e chiusura. Le ricerche sulla vita intrauterina sembrano confermarci che gli eventi prenatali influenzano il nascituro, inducendo atteggiamenti fiduciosi e progressivi, o atteggiamenti sfiduciati e regressivi. L’importanza delle esperienze precoci si estende anche nel parto. Il parto in moltissimi casi è evento violento, ai confini con la tortura. Leboyer lo definisce una “tempesta percettiva”.Per una nascita senza “violenza” l’autore ripropone un ritorno alla naturalità del parto, invece l’odierna società industriale crea attorno al parto un clima che possiamo definire maschile (in senso archetipale). Esso è caratterizzato dall’attività al posto dell’attesa, dal fare al posto del lasciar accadere, del gestire al posto del recepire. È con questo bagaglio di esperienze, talora già gravoso e gravido di conseguenze, che il neonato affronta il primo, decisivo anno di vita, sottoponendosi a un lunghissimo periodo di dipendenza dall’ambiente. Molte esperienze arcaiche configurano il mondo come ostile, facendo sì che il bambino lo viva come terrificante e minaccioso. A queste esperienze minacciose il bambino può reagire soltanto rafforzando in modo esasperato il proprio istinto di autoconservazione. La sub-personalità schizoide, ovvero l’insieme strutturato delle difese schizoidi, nelle sue manifestazioni più vistose, può essere intesa proprio come espressione di un esagerato istinto di autoconservazione, un estremo tentativo di non essere sconvolto dall’altro e dal mondo. Questa sub-personalità cresce all’ombra di due stereotipi di madre, l’una troppo assente, l’altra troppo presente, entrambe incapaci di amare, entrambe foriere di paura. La madre assente, spesso schizoide ella stessa, non è capace di manifestazioni affettive, di un rapporto fisico sciolto, di contatto, specialmente rifiuta il figlio. Ci sono infinite possibili cause di rifiuto, talvolta per forza maggiore, talvolta per una scelta più o meno responsabile. Il rifiuto della madre può essere recepito già durante la vita prenatale; dopo la nascita aleggia, ancor più, questo clima mefitico di poco amore, di scarsa dedizione, di aperto rifiuto. Il bambino non legge il linguaggio verbale, ma decodifica quello analogico non verbale. La madre antepone i propri bisogni a quelli del figlio, non ha atteggiamenti affettuosi nei suoi confronti, lo considera un peso, lo rimprovera a torto e a ragione. Questi atteggiamenti caratterizzano sia le prime fasi di vita, sia tutto l’ulteriore rapporto educativo con il figlio, dove la madre non è una presenza che rassicura, ma una presenza che fa paura. La madre assente non è capace di comunicazione simpatetica con il figlio e quindi risponde in maniera impropria alle richieste del bambino. Egli si trova continuamente solo a far fronte ai propri bisogni: il mondo, per lui, è un mondo vuoto, senza nessuno che accorra ai suoi pianti, senza nessuno che risponda adeguatamente alle sue richieste. Solo con i suoi bisogni, troverà in se stesso l’unico punto di riferimento, più tardi assumerà abitualmente se stesso a misura della realtà. Via via che cresce il bambino avvertirà l’assenza di una madre che teme l’affettuosità del figlio, una madre che svaluta il suo affetto con ironia beffarda, con il risultato che il bambino viene smascherato troppo presto nei suoi bisogni affettivi e umiliato nel suo voler bene. Il bambino allora comincerà a porsi una domanda fondamentale: “Visto che i miei affetti non servono a niente, non sarà meglio che me ne sbarazzi?” In questo clima affettivamente glaciale ogni esigenza di calore viene delusa. Delusa non solo l’esigenza di ricevere affetto, ma anche di darne. Abbandonato a se stesso il bambino vive drammaticamente la minacciosità del mondo e la precarietà della sopravvivenza. Rifiutato da una madre ostile, non gli resta che riparare fra le presenze rassicuranti delle sue fantasie. La realtà conosciuta attraverso la madre-assente è, per ogni verso, una realtà ambigua che ora accetta, ora respinge. Il bambino non sa se aprirsi o chiudersi e rimane paralizzato, incapace di dare o di ricevere, perché ormai non si orienta più, non si fida. Il secondo stereotipo di madre che favorisce lo strutturarsi della sub-personalità schizoide è la madre invadente. Anche lei è spesso mossa da un profondo rifiuto del figlio. L’aggressività che essa prova la fa sentire talmente in colpa che si prodiga in ogni modo per proteggere il figlio. Proprio in questo eccessivo prodigarsi si insinua la sua originaria aggressività: lascia l’altro senza scampo, senza respiro, gli nega ogni libertà. La madre invadente si sostituisce al figlio in tutto, è sempre minacciosamente incombente, quando non sono più i sensi di colpa, può essere una struttura ossessiva che la induce a controllare senza posa il figlio. La madre invasiva è incapace di decodificare il pianto del figlio e allora, per non sbagliare, gli dà tutto: lo nutre, lo cambia, lo culla, cerca di prevenire ogni sua richiesta. Incapace di dare le cose giuste al momento giusto, essa assilla il figlio in continuazione. Tante volte a rafforzare questi comportamenti materni intervengono fattori familiari e ambientali. Ecco allora che una moltitudine di persone si affaccia al mondo del bambino e per lui non c’è mai un attimo di tregua, di tranquillità, di intimità. Non c’è confine tra spazio pubblico e spazio privato, lo spazio pubblico invade ogni momento quello personale del bambino, manca sempre il contatto, l’intimità: sono queste le condizioni affettive che improntano la sub-personalità schizoide. La madre-assente e la madre-invadente potrebbero essere paragonate al mito di Medusa che è un anti-madre, che con il suo sguardo squalifica e mortifica la vita psichica del bambino gettandolo in un universo di paura. Accanto a queste tipologie di madri ritroviamo spesso un padre che “brilla” per la propria assenza, un padre che scarica sulle sole spalle della madre il peso, le responsabilità e la difficoltà dell’educazione dei figli. Non di rado si sente trascurato dalla moglie e va a farsi consolare altrove. La moglie vive così continue frustrazioni che non scarica sul marito perché non c’è, ma sul figlio. Come possiamo notare queste sono esperienze che accomunano moltissime persone, ma non tutti sono necessariamente schizoidi; per capire come viene a strutturarsi una sub-personalità schizoide è necessario tener conto del sommarsi delle offese che finiscono per logorare e lasciare il segno. Quando l’ambiente si dimostra più e più volte ostile e poco affidabile, il bambino piccolo si sente vittima del disagio e della paura. Dall’intreccio di queste esperienze nasce la paura folle, l’autentico panico che attanaglia lo schizoide. È da questa paura che il bambino deve imparare, e presto, a difendersi. Il bambino reagisce al clima letale in due modi fondamentali: quello della fuga e quello dell’identificazione con l’aggressore. Le due forme estreme dell’autismo e della simbiosi sono gli esiti ultimi di un’infinita gamma di gradazioni comportamentali. La madre invadente e quella assente sortiscono lo stesso effetto: la paura. In preda al panico il bambino si ritira dal mondo-madre sino ad arrivare a forme autistiche, oppure avvia un processo di identificazione con l’aggressore: egli stesso diventa la madre. L’aggressività feroce nei confronti della madre viene sepolta sotto un’impenetrabile coltre di premure e di dedizioni che entrambi chiamano amore. Non di rado quando la madre muore, l’organizzazione difensiva crolla, la persona si scopre senza identità, allora comincia a chiudersi sempre più sino alla chiusura totale, autistica. Fortunatamente oggi i padri sono più responsabili nei confronti dei propri figli e aiutano la compagna con la loro presenza all’educazione del figlio. Non sempre il bambino ha a che fare con una madre anaffettiva ma tante volte con una madre, specialmente le primipare, insicura ed inesperta che crea nel figlio lo stesso clima nel quale lei vive.