Le sub-personalità
(Estratto)
1.SUB-PERSONALITA’ DEPRESSA
DESCRIZIONE
La depressione è un’esperienza centrale nell’esistenza umana. La psicologia esistenziale vede nell’essere-gettato-nel-mondo la fondamentale matrice della psicopatologia. La psicoanalisi seguendo questo concetto ha prestato particolare attenzione alle vicende psichiche legate alla nascita dove il bambino sperimenta una propria pena, un proprio dolore che lascia un imprinting nella psiche. La vita ha origine da un distacco, da una separazione, da un abbandono, da una “caduta” ed è perciò una perdita dell’ambiente uterino, anche se questo talvolta può inquinare lo psichismo fetale a seconda del clima familiare della madre. L’esistenza umana nasce da questo vissuto di perdita, così che la sofferenza, la tribolazione, il dispiacere, divengono dimensioni esistenziali universali. Quando esperienze precoci rinforzano l’originario imprinting del dolore influenzando lo stile di vita della persona, si costituisce una struttura depressiva. Con l’accumularsi o l’accentuarsi di esperienze di carenza affettiva rinforzanti l’imprinting iniziale, di fronte ad un io le cui difese non sono più sufficienti, si ha una degenerazione patologica. La carenza d’amore di una madre assente e/o insufficiente che non ha saputo riconoscere e rispettare il bambino fin da piccolo imprime una cronica sensazione di inferiorità con la conseguente convinzione di indegnità che lo porterà nella vita ad accontentarsi di poco, a non far valere mai le proprie opinioni. Si costituisce così un Io fragile, insicuro, scarsamente intraprendente, rinunciatario e pessimista, che nella vita svolgerà sempre mansioni di gregario o di spettatore, di fronte a qualsiasi possibilità di successo avrà sempre un comportamento decisamente fallimentare; così abbiamo il bambino che a casa sa bene la lezione ma a scuola sbaglia il tema, lo studente bravo che crolla agli esami di maturità, l’impiegato che arriva ad un pelo dalla poltrona dirigenziale ma se ne guarda bene dal raggiungerla. E’ tipico della persona depressa rimandare ad un indefinibile futuro la propria realizzazione: da grande andrò, farò, comprerò…..ma non si sa mai quando diventerà grande. Talora questa impostazione di vita viene teorizzata, per cui la persona depressa abbraccia ideologie della rinuncia, in nome dell’equità sociale, o di un partito, o di Dio. Metodicamente il depresso viene a sviluppare una singolare familiarità con il dolore, con la sofferenza e con la sventura che gli consente una sensibilità e un’identificazione particolare con ogni portatore di afflizione, uomo o animale che sia. Immerso nelle sensazioni di indegnità, inadeguatezza, rinuncia, pessimismo, sofferenza, sensibilità per il dolore altrui, il depresso inconsciamente finisce spesso col perdere la dimensione dei propri desideri: ed eccolo quindi ad accettare i peggiori compromessi, castranti rinunce, enormi sacrifici, senza rendesi conto di quanto siano in contrasto con i propri desideri. Sarebbe ingannevole ritenere che l’altruismo di queste persone, la loro accondiscendenza, il loro darsi da fare riposino su una situazione personale di armonia, di appagamento, di tranquillità interiore. Il depresso si porta dentro un’antica mancanza un connaturato bisogno, un’avidità mai sazia, un’incolmabile vuoto d’amore. Non è privo di desideri , semplicemente li ha repressi e spesso non li ascolta né li vede. Il paradosso è che questa repressione dei desideri è addirittura funzionale alla soddisfazione del fondamentale desiderio depressivo, quello di affetto. Per l’affetto questa persona è disposta a qualunque sacrificio, a qualunque compromesso o prostituzione, sviluppa questa forte capacità di dare perché stimolata da un’insaziabile bisogno di ricevere. In questa distorta relazione tra il desiderare e il ricevere dimora la pena del depresso: ha continuamente bisogno di prendere, di ricevere, di avere, ma per una carenza antica, che ormai non esiste più, la sua avidità nel voler prendere è un’antica coazione a ripetere che si perpetua anche se ora non ha più un bisogno reale, in quanto il suo bisogno attuale è sostenuto unicamente dal suo bisogno arcaico.La brama d’affetto induce la personalità depressa dapprima a una logica di “bravo bambino”, più tardi a quella del “buon uomo”, entrambe sostenute da quella logica del dovere che costituisce una delle più gravi condanne del suo temperamento, che lo porta molto spesso ad essere sfruttato dalla collettività e anche nell’ambito familiare; tutta la sua disponibilità ed efficienza mirano a quei surrogati di affetto, come stima e riconoscenza, al fine di compensare quell’affetto primordiale che non c‘è mai stato. L’ideale depressivo è un attaccamento affettuoso, caldo, inseparabile. Il tipo depresso è assolutamente incapace di stare da solo, le sue relazioni interpersonali sono caratterizzate da un nutrire letteralmente gli altri, offrendo comprensione, sostegno, allegria, ma è un’allegria falsa che può celare un’aggressività potente, enorme, distruttiva.
CLIMA FAMILIARE
Freud faceva risalire la formazione del carattere ossessivo alla fase anale (circa nel secondo anno di vita). Durante questa fase il bambino viene educato al controllo degli sfinteri ed acquisisce una progressiva capacità di controllo sul proprio corpo. Per la psicoanalisi risalgono a queste primitive esperienze di controllo ed alla erotizzazione di esse quei tratti di rigidità, parsimonia e ostinazione tipici della sub-personalità ossessiva, che vengono riassunti nella cosiddetta triade anale: avarizia-ordine-ostinazione.E’ lo stadio in cui il bambino inizia a dire “No”, affermando così la propria individualità, a riconoscersi come differenziato dall’altro, costituendo le categorie “Io” - “Tu” . Questo comporta anche che l’io si scontri con il tu; si moltiplicano infatti le occasioni in cui può scontrarsi con il mondo, vivendosi scomodo, maleducato,cattivo. L’educazione al controllo degli sfinteri e alla pulizia in genere costituisce la prima e più ricorrente occasione in cui viene agito lo scontro fra l’io del bambino e il tu del mondo circostante. Quando la pressione educativa comincia ad imporre le sue limitazioni e le sue direttive, al bambino si impone un grosso conflitto che riguarda la natura stessa della sua evoluzione: “restare bambino o diventare adulto? Aderire al rigore delle regole interne oppure sviluppare la libertà personale?” Il clima familiare pressante dell’ossessivo, impregnato di aspettative, richieste, comandi, agisce sin dalla nascita originando quelle sensazioni di dovere definite “nuclei preedipici del Super-io”. Alla costituzione della struttura ossessiva ci può essere sia un clima particolarmente aggressivo e castrante, che soffoca il bambino e lo inquadra entro un rigido reticolo di norme precise e minuziose, dove il genitore agisce spinto dal bisogno di affermare il suo potere sul figlio; sia un ambiente familiare caotico, che non offre direttive e orientamenti, dove il bambino cerca di regolamentarsi da solo e molto spesso le autoimposizioni sono più rigide di quelle genitoriali. Tutte queste dinamiche si accentuano quando il bambino è costituzionalmente vivace; la sua naturale esuberanza spaventa i genitori ossessivi perché non la possono controllare e per questo motivo diventano ancora più castranti. Troppo e troppo presto il bambino viene responsabilizzato, viene repressa la sua esuberanza psichica, sessuale o aggressiva. Viene minata la sua capacità di affermarsi, di esprimersi spontaneamente. Nelle pressioni per il controllo degli sfinteri si gioca una questione fondamentale, quella dell’affermazione del potere. Nel conflitto fra potere dei genitori e potere del bambino si cerca di coartare l’autoaffermazione dei figli e di promuovere l’identificazione con un mondo genitoriale che rappresenta il giusto e l’assoluto. La madre è un punto di riferimento costante ma non gratificante, si cercano sempre i suoi occhi, il suo sguardo è sempre colpevolizzante e castrante; l’ossessivo si porta sempre dentro quello sguardo che lo fulmina prima ancora che abbia fatto qualcosa, imparando troppo presto a stare attento e a controllarsi, aumentando così la paura delle punizioni e la disposizione a sentirsi in colpa. Il bambino diventerà quindi una persona scrupolosa, ligia al dovere, coscienziosa, testimoniando così l’avvenuta introiezione del mondo genitoriale, tomba dell’evoluzione personale. Identificandosi con il genitore non vive più secondo i propri dettami ma secondo quelli parentali, diventando così al tempo stesso il persecutore e il perseguitato; quando la componente genitoriale monopolizza completamente il comportamento abbiamo l’anancasmo e anche il paralizzarsi nell’immobilità catatonica, quando invece la componente infantile, troppo a lungo repressa, prende il sopravvento, abbiamo forme di fuga nel delirio, ovvero espressioni di una libertà irrefrenabile, non vincolata a nessuno schema. La scelta impossibile entro cui l’ossessivo si dibatte è quella fra sé e i genitori, la cui risposta ossessiva classica è la non scelta. Il dubbio eterno: “Posso fare ciò che voglio o devo adeguarmi?” paralizza la persona nell’impotenza, il cui fine è proprio quello di non trovare una soluzione per difendersi dalla propria spontaneità, per sospendere l’impulso personale finché si indebolisce sufficientemente. La paura della punizione, legata alla rigidità e al sadismo del Super-io, impone che ogni azione sia giusta in assoluto, perfetta, altrimenti scatta la punizione inesorabile che coincide con l’azione stessa fino addirittura a precederla. Ad ogni azione deve coincidere una contro-azione, ad ogni pensiero un contro-pensiero. Quando la distanza fra un impulso e un controimpulso si riduce fino ad annullarsi non c’è più spazio per l’azione e l’ossessivo rimane paralizzato nella sua rigidità. L’evoluzione personale è percepita con desiderio ma anche con timore; crescere significa affrancarsi dal dominio genitoriale e per l’ossessivo c’è solo una soluzione per affrancarsi: mors tua vita mea. Per questo motivo nei bambini ossessivi ci sono frequenti fantasie di morte a carico dei genitori; da adulti la situazione si può capovolgere: il genitore ossessivo desidera uccidere il figlio perché gli impone delle limitazioni. Il desiderio di uccidere il genitore castrante può assumere anche connotazioni suicide, dove l’unico modo per sopprimere i genitori diventa quello di uccidere se stessi. Ed ecco allora la paura di cedere alle tentazioni, di gettarsi dalla finestra come unico modo di liberarsi dal persecutore interno.La lotta fra bambino e genitore , fra spontaneità e coazione, diventa un conflitto tra realizzarsi e non realizzarsi, un conflitto che si esplicita nel tentennare, dubitare, nel fare improduttivo, oppure viene traslato su un piano spaziale ed ecco quindi la paura di uscire o di muoversi da solo o di stare in casa. Le fobie in questo caso hanno lo scopo difensivo di prendere e perdere tempo, per fare senza agire veramente.
Il clima persecutorio familiare lascerà il posto per spostamento alle ossessioni che seppur deliranti hanno lo scopo di obnubilare le prese di coscienza e anche la realtà. L’ossessione sta al posto della presa di coscienza di volere uccidere i persecutori.