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C'era una volta il mondo dei padri. In quel mondo i padri trasferivano ai figli ciò che nella loro giovinezza avevano immaginato di essere o che nella loro vita erano diventati. Gravava sui figli il peso dell'eredità paterna, qualunque cosa essa fosse: una proprietà, un impiego, una sifilide, un amore svanito. Passare oltre il limite davanti al quale il padre si era arrestato era il "dovere" con cui il figlio forgiava, nel bene e nel male, il proprio destino; dovere ma talvolta anche condanna, o maledizione: viene in mente Kafka o i figli di padri suicidi.
Quel mondo non c'è più. Oggi i figli non diventano padri ma rimangono figli per sempre; figli che, a loro volta, generano figli che non gli appartengono. Apertosi nel nome del figlio, il Novecento si chiude con il sacrificio del padre. Sulla scena Edipo è rimasto solo: quello che Freud temeva. E che Dostoevskij aveva profetizzato: se Dio è morto - se il Padre nostro è morto - allora tutto è permesso.
Non si comprende la vita di un uomo se la si disgiunge da quella del padre. Prima delloracolo annunciato ad Edipo cè quello annunciato a Laio: uccidi tuo figlio altrimenti egli ti ucciderà, prenderà il tuo posto. E giacerà con la tua donna.
Quando penso a Laio, penso alla scena iniziale dellEdipo re di Pasolini nella quale la nascita di Edipo è rappresentata da quella dell'autore stesso: a suggellare l'universalità dellarchetipo sul proprio destino personale. Il giovane ufficiale che osserva il figlio appena nato è il padre di Pasolini. Gli occhi del padre sono iniettati di odio: lo sguar-do di un uomo che sa di non essere amato, che, ormai da tempo, ha colto, negli occhi della moglie disprezzo e rifiuto [
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In Pasolini né l'apprendista psicoanalista né l'artista hanno aiutato l'uomo ad affrancarsi dalle sue ossessioni. Tra le sue contraddizioni questa colpisce più di ogni altra; almeno chi, come noi, crede nel valore creativo dell'esperienza analitica, e, nella misura in cui "lo scrittore crea se stesso creando la propria opera", in quello terapeutico dell'espressione artistica. L'intellettuale non ha fatto tesoro di ciò che è essenziale nella psicoanalisi e l'artista non è riuscito ad "oggettivizzare" nella sua opera il conflitto interiore che lo lacerava: intuizioni, frammenti geniali, squarci intensissimi dell'anima, ma tutto è rimasto incompiuto, sospeso e tragicamente spezzato in quella notte del novembre del 1975 dove l'ennesima messa in scena dei fantasmi originari ha posto fine alla vita di uno dei testimoni più acuti ed inquietanti della cultura italiana.
La vita e l'opera di Pasolini si tirano dietro il peso insostenibile di un irrealizzabile affrancamento da quello che Freud considerava il triangolo fondamentale di ogni relazione umana; all'archetipo edipico Pasolini ha aderito con la convinzione che esso fosse l'unica mappa per spostarsi nei territori più oscuri della psiche [
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La relazione tra padre e figlio, nella quale incombe la minaccia della castrazione, e quella tra madre e figlio, archetipo del paradiso perduto, evidenziano due aspetti della configurazione edipica, due lati del triangolo, relegando sullo sfondo l'altro lato: il rapporto tra il padre e la madre, che è di fatto l'unica relazione possibile e reale - cioè non solo fantasmatica - tra uomo e donna all'interno del triangolo e che è interiorizzata dal bambino insieme alle identificazioni con cui egli assimila tratti o attributi dei suoi genitori. La vita sentimentale e sessuale dei genitori è lo sfondo su cui tende a modellarsi quella del figlio. Inoltre ogni lato del triangolo presuppone un movimento da e verso, ed un'ambivalenza connessa ad ogni movimento: si può desiderare la madre e temerne l'abbraccio mortale odiare il padre e sognare di essere amato, posseduto da lui. Come si può amare il proprio figlio per ciò che di lui ci assomiglia ed odiarlo per quello che in lui sembra appartenere al partner.
Raccogliere l'eredità paterna, per un maschio significa, tra le altre cose, condividere del padre il desiderio del corpo materno, spartire la violenza o l'impotenza che quel corpo suscita. Il padre non è solo colui che compare dopo ad ostacolare il rapporto con la madre. E' anche il dio cui il figlio vuole sottomettersi per poter un giorno diventare simile a lui. Il tramonto dell'Edipo - la sua risoluzione positiva - è la rinuncia all'emulazione del padre, l'accettazione della propria inferiorità, mitigata dall'identificazione con la figura paterna di cui si condivide l'identità di genere.
Se il modello si trasforma in ostacolo e in rivale non è solo perché il padre si pone tra madre e figlio, è anche perché del padre il figlio subisce il fascino senza mai poterlo uguagliare. Se la pulsione sessuale del bambino è rivolta verso la madre, quella dell'auto - affermazione ha come oggetto il padre. Cosicché la disputa per il possesso dell'oggetto dell'amore ne può nascondere un'altra: dove l'oggetto d'amore non è più quello per cui si combatte ma quello contro cui si combatte. Del modello si imitano i soprattutto i desideri. Quello per la madre è un desiderio che padre e figlio hanno in comune. Ma solo uno dei due può, almeno potenzialmente, soddisfarlo.
Tutto dipende dalla particolare costellazione familiare del bambino se il padre è percepito come antagonista, o meglio: solo sciogliendo lo specifico intreccio familiare si capisce la natura di tale antagonismo. Quando la seduzione materna è protratta oltre i limiti in cui essa appare inevitabile, quando la madre nasconde le proprie pulsioni dietro una tenerezza sempre più isterica - che sostituisce e sposta su un piano emotivo ciò che delle pulsioni non può essere placato - il primitivo sentimento oceanico di fusione con il corpo materno si tramuta nella sensazione di dibattersi in una palude dalle quali è impossibile emergere. Incoraggiandolo a sostituirsi al padre, la madre toglie al figlio ogni possibilità di azione perché egli è certamente inadeguato a placare l'intensità del desiderio materno: non potrà mai penetrare quel corpo, andare fino in fondo; fosse pure solo in modo allucinatorio, fantastico:
Non ho mai sognato di fare lamore con mia madre. Neanche sognato. Ho piuttosto sognato, se mai, di fare lamore con mio padre (contro il comò della nostra povera camera di fratelli ragazzi) e forse anche, credo, con mio fratello; e con molte donne di pietra.
L'universo di Pasolini è un universo in cui non c'è posto per il femminile o meglio c'è posto solo per la donna - madre, la sfinge di cui Edipo s'illuse di aver sciolto l'enigma decisivo.
L'enigma della femminilità per Pasolini è pietrificato in un tabù che non è possibile infrangere: il coito eterosessuale è sempre apparso ai suoi occhi un orrore da cui ritrarsi. E, tuttavia, con il passare degli anni, con lo svanire della giovinezza, il fantasma del padre ha sempre più reclamato la sua parte dell'anima; al mistero inaccessibile del femminile si è affiancato il mistero costituito dal padre: e, forse, nell'amore "di corpi senza anima", accanto alla nostalgia paralizzante del corpo materno, c'era anche - in una indecifrabile trama di identificazioni e di scissioni dell'io - una disperata ricerca del padre.
Ricerca che resta, tuttavia, irretita nella dimensione corporea come se al mondo dei padri ci si potesse avvicinare soltanto attraverso la carnalità; come se esso fosse unicamente il mondo della legge, del potere, della violenza (e della castrazione) e non anche dell'ordine intellettuale, del dominio di sé, dello spirito [
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Scagliandosi contro la falsa tolleranza, l'illusoria libertà sessuale dell'universo consumistico Pasolini sposta la questione su un altro piano. Elude ciò che più lo tormenta interiormente, trasformando la sua fragilità, la sua "disperata vitalità", in uno specchio con cui osservare la realtà che lo circonda: notevolissima è la sua lucidità in tal senso ma l'altra parte dello specchio, quella rivolta all'interno, è irrimediabilmente opaca [
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Alla psicoanalisi Pasolini chiedeva solo la conferma dellineluttabilità del proprio demone. Della psicoanalisi come terapia è lecito supporre che diffidasse, quantomeno la eluse. Nel viaggio all'interno di sé, nell'incontro con la "Lupa", egli voleva essere solo:
assurdamente impreparato a quell'esclusione dalla vita degli altri che è la ripetizione della propria.
Ma sottraendosi all'esperienza analitica, Pasolini si è sottratto all'avventura che più di ogni altra rende possibile comprendere il senso di queste parole.
Le ragioni della sua analisi mancata possono essere molte. Una, probabilmente è quella comune a molti artisti che percepiscono la normalizzazione della terapia come un ostacolo alla propria creatività; considerando come la psicoanalisi ha ritratto gli artisti non stupisce che molti di loro, pur stregati dalle pagine di Freud, abbiano evitato come la peste il setting analitico.
Un'altra ragione potrebbe essere l'atteggiamento di diffidenza verso la psicoanalisi come istituzione radicato in molti intellettuali; posizione che tende ad isolare il contenuto "rivoluzionario" o comunque filosofico, critico dell'opera freudiana dalla pratica analitica, vista come una sorta di deterioramento, se non di pervertimento, del pensiero freudiano. Ma forse in Pasolini c'era qualcosa di più: il convincimento che nulla l'esperienza analitica potesse aggiungere alla conoscenza di sé, soprattutto se questa conoscenza è condotta con lucido, implacabile rigore.[
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Ma "l'autoanalisi durata tutta una vita" può tramutarsi nell'autoinganno di tutta una vita. Se il teorema della psicoanalisi è giusto perché scinderlo dall'unico contesto in cui esso veramente si giustifica? Come se teoria e prassi nella psicoanalisi non fossero le due facce di una stessa medaglia, come se ciò che nella clinica si rivelasse fallace non inficiasse di conseguenza la riflessione teorica: lette sui libri parole come scena primaria, Es, inconscio, super-io sono vacue, rimandano spesso ad idee svuotate dal loro significato reale, e del loro contenuto emozionale, concetti resi inefficaci dall'intellettualizzazione, o banalizzati dalla diffusione di massa.
Raffinata forma di resistenza, l'autoanalisi "lusinga il narcisismo ed elimina la molla essenziale della cura, cioè il transfert", vale a dire non più lo specchio rivolto verso l'esterno, il mondo, ma impietosamente inclinato verso l'interno, l'anima. L'analista come altro in carne ed ossa a cui contrapporre l'altro fantasmatico. Non sembra pertinente chiedersi quale sarebbe stato il senso dell'esperienza analitica per Pasolini se avesse deciso di affrontarla.
Nulla restituisce il significato di un'esperienza se non l'averla compiuta. Possiamo solo constatare come l'impossibilità di essere innocente, il piacere di esibirsi e la vergogna di farlo, la gioia e l'orrore della propria diversità, lo "scandalo" e il perdono, Pasolini li abbia proiettati sul mondo che lo circondava: un mondo che ai suoi occhi era altrettanto colpevole.
Sollecitando un'impossibile assoluzione dal mondo dei padri, Pasolini si esponeva volontariamente al giudizio e alla condanna da lui stesso provocati. Ogni sarcasmo "borghese" sulla sua omosessualità era la conferma dell'impossibilità del perdono, della riconciliazione con il mondo dei padri:
Ah, essere diverso - in un mondo che pure
è in colpa- significa non essere innocente
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