home chi siamo giornale storico conversazioni seminari convegni recensioni opinioni

L'analisi come romanzo

(Estratto)

Vissuta o immaginata - che è poi la stessa cosa giacché ciò che viviamo è sempre il frutto di qualche immaginazione - la vita di un individuo è il suo romanzo. Le storie che si ascoltano in analisi sono romanzi che attendono di essere scritti . Se nessuna espressione artistica più del romanzo si avvicina alla psicoanalisi ciò deve intendersi soprattutto in riferimento alla pratica analitica, alla terapia come talking cure , al dialogo tra analista e paziente.

L’accostamento tra romanzo e psicoanalisi è addirittura obbligato, almeno nella misura in cui si è disposti a considerare quest’ultima come “una disciplina interpretativa i cui adepti mirano a sviluppare un tipo particolare di resoconto sistematico dell’azione umana” [……]

Ciò di cui il paziente prova a riappropriarsi in analisi è la sua stessa vita. Anche se questo non è immediatamente evidente. Il disagio che spinge una persona a sottoporsi alla terapia viene denunciato come un sintomo, un malessere, un ostacolo, un problema da risolvere al più presto, un nodo da affidare a chi si è chiesto aiuto, nella speranza che sia la persona più adatta per scioglierlo. Sciogliere, però, quel nodo senza dipanare la matassa della propria vita è impossibile. Davanti all’analista non c’è un problema, c’è un’esistenza il cui cammino si è arrestato davanti ad una strada che, apparentemente, è senza via d’uscita.

Molte persone non sanno o non vogliono sapere perché si trovano in un vicolo cieco, desiderano solo che qualcuno indichi loro la via giusta. Quelli che non intendono perdere tempo, che smaniano per venire a capo della situazione nella quale sono precipitati ignorano che l’impazienza di cui fanno mostra è la stessa che li ha portati fuori strada. Se l’analisi procede, la sensazione di ritrovarsi in un vicolo cieco si ripresenterà, anche se naturalmente per motivi diversi, in ogni fase in cui l’io del paziente preso dal panico proverà la dolorosa sensazione che indietro non si può tornare e che è impossibile gettare il cuore oltre l’ostacolo.

E’ difficile accettare la verità che se si è giunti davanti a un vicolo cieco non poteva essere altrimenti. L’illusione di essere protagonisti della propria vita si dissolve allorché quella vita sembra inafferrabile, come si dissolvono le convinzioni che altri avrebbero potuto esserne gli esiti se solo non si fosse fatto questo o quello errore, subìto questo o quel torto, vissuto o non vissuto quell’incontro.

La verità che emerge nell’analisi è lo stesso tipo di verità che ogni romanzo svela al lettore. Conoscendo gli incubi di Anna Karenina, o le letture di Emma Bovary, chi può stupirsi del loro destino? Nella lettura si prende a prestito la vita degli altri, quasi sempre quella di un eroe con il quale identificarsi, in analisi il paziente scopre che l’eroe è egli stesso o ciò che fino a quel momento ha immaginato di essere. Togliere i veli all’immagine che si ha di se stessi è l’impresa più ardua, che mai giunge a compimento. Una cosa è parlare di sé stessi, altra è passare dal resoconto spontaneo, o quanto meno immediato, della propria soggettività alla riflessione su ciò che questa soggettività vive, vede, pensa […..]

“Se su ciò, di cui non si può parlare”, per Wittgestein, “si deve tacere”; in analisi è vero l’inverso: di ciò, di cui non si può parlare, si deve cercare di non tacere. Chi, del resto, può dire quando l’anima è disposta a confidarsi? Non ci sono parole che essa non possa attingere. D’altronde, è solo quando ci si svuota fino in fondo che è possibile raggiungere lo stato che è, per sua natura, davvero inesprimibile. Beninteso è l’io che deve svuotarsi: la sensazione di vuoto che si avverte in alcuni delicati passaggi dell’analisi nasce quasi sempre come riflesso dell’impotenza dell’io a fronteggiare o controllare i moti dell’anima.

Il contrasto tra i pensieri e le parole è il contrasto tra anima ed io, non sempre sufficientemente messo a fuoco nell’analisi. E’ evidente che per poter dialogare con il paziente l’analista deve prima di tutto rivolgersi al suo io, a ciò deve, nondimeno, succedere una fase in cui l’io è costretto, volente o nolente, a misurarsi con l’anima, alla quale, per dirla tutta, la parola analisi - sia pure usata convenzionalmente per indicare un certo tipo di rapporto - è letteralmente fuori luogo.

L’anima odia essere analizzata, cioè a dire scrutata, interrogata, esaminata, sezionata e, forse, curata, soprattutto quando per curare e guarire si usano le stesse fantasie che presiedono alla salute del corpo.

Coloro che si stupiscono dei repentini mutamenti d’umore dell’anima, detestano i suoi capricci, si irritano per la sua inafferrabilità, sono sulla pista sbagliata, scambiano la mappa che hanno in mano per il territorio su cui poggiano i piedi; confondono le tracce, cancellano le orme, fraintendono i richiami e mai s’accorgono che l’anima si prende beffa di loro, facendoli girare sempre intorno a se stessi: con le loro piccole manie, i loro miserabili tornaconti, le loro teorie asfittiche perché sostenute da pensieri che hanno il respiro corto.

Per occuparsi dell’anima bisogna prima di tutto accettarla senza riserve, presunzioni o scopi particolari. L’anima si dà solo se si è altrettanto disposti a darsi per lei. Non lo farà mai davanti a un maestro di ginnastica, a un carceriere, a un medico, a un giudice o a un voyeur (la psicoterapia, come è noto, è un genere molto vario). Può farlo davanti ad un artista, a un giocatore, a un prete; naturalmente a un prete che somigli a un giocatore e che, nello stesso tempo, aneli alla santità, un prete pronto a perdere l’anima pur di sottrarla ai demoni che la lusingano. E’ la sfida che più attrae l’anima quella tra chi se ne disputa il possesso. Come una bella donna contesa tra due pretendenti: ora si infiamma per l’ardire dell’uno, ora s’intenerisce per la dolcezza dell’altro.

L’anima è attratta dai demoni come dagli angeli, può perdersi nei bordelli come spingersi verso i santuari. E, tuttavia, in un’epoca dove i demoni vincono senza neppur dar battaglia, s’annoia persino nei bordelli, sconcertata dalla facilità con cui gli uomini la ignorano. Nessuno la cerca, fosse pure per perderla, e nessuno è più in grado di indicarle la strada […….]

E’ un grave errore scambiare i desideri dell’io con quelli dell’anima, confondere ciò che io conosco di me stesso con quello che la mia anima conosce di me, ciò che io conosco del mondo con ciò che la mia anima condivide o non condivide con l’Anima mundi. L’io può ingannare se stesso, ma non può ingannare l’anima. Tra i due lo scontro è impari; “Cara immaginazione”, dicevano i surrealisti, “ciò che più amo in te è che non perdoni.” E, difatti, l’anima non perdona mai. Accecato dall’anima l’io può essere spinto a tutto, anche a cancellare per sempre la propria immagine dal mondo.

Per conoscerla, per venire a patti con l’anima bisogna deporre ogni velleità, bisogna conquistare la sua fiducia, assicurarle l’intimità. Ogni tentativo di costringerla a confessarsi pubblicamente è destinato a fallire. Tra la folla si mimetizza; in gruppo affida all’io la messa in scena di finzioni più o meno plausibili, più o meno accettabili. Creare una situazione di reale intimità è il vero compito dell’analisi; Il resto conta davvero poco.

Solo nell’intimità il parlare di se stessi si trasforma poco a poco nel parlare con se stessi; cosicché, attraverso un’altra persona, diventa trasparente ciò che in ogni essere umano è quasi sempre celato, l’ininterrotto dialogo che l’individuo ha con se stesso: “Parla con te stesso in qualsiasi modo, sei anche tu un personaggio, ma sappi e non dimenticare mai che tu sei solo uno tra innumerevoli altri personaggi, ciascuno dei quali avrebbe da dire tante cose come te”.

Favorendo il dialogo tra l’uno e i molti, a poco a poco l’analista dischiude la porta che introduce il paziente alla propria interiorità. Alle relazioni intrattenute nel mondo esterno se ne affiancano via via altre più misteriose in un intreccio a prima vista incomprensibile e inestricabile di cui però, con il procedere dell’analisi, si sciolgono i nodi. Allora, solo allora s’intravvede quella che Novalis definiva la sede dell’anima: “il punto in cui il mondo interno e il mondo esterno si toccano. Quando essi si compenetrano, l’anima si trova in ogni punto della compenetrazione.”