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Personaggi nell'analisi

(Estratto)

Può essere un errore in analisi dare troppo spago all’io. Alle sue spalle, pronti ad insinuarsi ad ogni pausa, ci sono gli altri. Le loro interferenze suscitano sempre qualche nota stonata nel discorso dell’io che vacilla, s’impappina, arrossisce senza una ragione apparente. Alcuni di loro non credono una parola di quel che dice l’io come non credono al tono suadente della voce dell’analista: sospettano una combutta tra i due, anche l’analista infatti esibisce il suo io. Si guardano intorno: la disposizione dei mobili, il colore delle pareti, i gesti, persino gli odori, tutto assorbe la loro attenzione fuorché le parole. L’incredulità e il disprezzo possono essere talmente profondi da fare a meno di manifestarsi; dietro un compiacente cenno di assenso o un sorriso può celarsi il più assoluto diniego. L’abitudine ad essere misconosciuti e respinti nella vita di tutti i giorni li trasforma in dèmoni notturni. A loro appartiene il regno dei sogni.

La realtà degli altri l’analista la tocca con mano ogni qualvolta si trova di fronte uno sconosciuto al posto di colui con il quale aveva dialogato nell’ultima seduta. Se può rivelare una debolezza, una particolare cecità dell’analista, lo sconosciuto può, tuttavia, anche essere il segno che si è svolto un buon lavoro, che la pazienza è stata premiata: finalmente qualcuno si è deciso a uscire allo scoperto. E’ probabile che prima di poterlo osservare, per così dire, in carne ed ossa, lo sconosciuto lo si è incontrato nei sogni. Anzi, forse è soltanto dai sogni che l’analista riesce a farsi un’idea, più o meno completa, dei personaggi che nella psiche del paziente contrastano la supremazia dell’io. Prima di esserlo per l’analista lo sconosciuto è infatti tale soprattutto per l’io.[….]

Nello stato di veglia l’io osserva, giudica, assolve, condanna: gli altri come li vedo io. Nel sogno è diverso. Nel sogno io non sono solo colui che si difende da un teppista, sono anche il teppista che mi aggredisce e lo spettatore che non interviene. Tutti ugualmente reali. Tutti egualmente possibili. Il sogno è anzi il dominio delle possibilità che sono precluse nello stato di veglia.[……]

Mostrandoci come le impressioni dell’infanzia permangono inalterate nella psiche adulta, la psicoanalisi ha giustamente posto l’accento sul periodo in cui l’individuo cacciato dal paradiso del grembo materno è esposto alle influenze del mondo in condizione di totale inanità. Per ogni creatura l’esperienza del mondo può essere favorita o resa drammatica dai propri genitori, divinità benigne o malevole assegnate dal destino e che al destino prestano i loro volti e le loro voci. Nessun potere assoluto può eguagliare quello che una madre, fosse anche la più miserabile e disgraziata delle creature, può esercitare sul proprio figlio.

Quando e come un bambino si accorge che a lui il mondo può far tutto e che il contrario è vero solo nella fanta-sia? Se l’istinto più forte è quello della propria conservazione, allora il delirio di onnipotenza che accompagna l’infanzia dei più deboli, e che nell’adulto diventa follia, è l’estrema difesa dai pericoli del mondo. Per sfuggire il male si chiudono gli occhi, ci si tappa le orecchie, ci si finge morti. Il terrore rende ciechi, muti, sordi, insensibili. Quella parte di noi che è diventata cieca, sorda, muta, folle s’allontana dalla vita, emigra in quella regione misteriosa che chiamiamo anima.

Non è l’io che ha un anima, è l’anima che contiene l’io. Che farà quell’anima quando l’io entra nell’epoca della vita in cui gli specchi sembrano moltiplicarsi?

Gli specchi sono gli sguardi che il mondo getta sull’adolescente. Negli occhi degli altri è riflessa l’immagine di qualcosa che muta giorno dopo giorno, qualcosa che fino a poco tempo prima si credeva di possedere e di conoscere: il proprio corpo. Di fronte a turbamenti fino ad allora sconosciuti, l’anima si sente sopraffatta: quel corpo, infatti, il mondo lo reclama per sé.

L’adolescenza non concede rinvii né ammette giustificazioni. Prendere o lasciare. Essere o non essere. Il mondo diventa un palcoscenico in cui si teme la parte che ci verrà assegnata e si ignora quella che oseremo pretendere. Il proliferare dei personaggi dell’anima è proprio dell’età in cui ci si vorrebbe nascondere al mondo od abbagliarlo. Certo, l’io è sul proscenio pronto a fare la sua parte. Ma di quale io si tratta? Di quello che è rimasto attaccato alle divinità della propria infanzia o quello che cerca di liberarsene? Di quello che ha preso coscienza di sé o quello che, proprio per aver preso coscienza di sé, desidera essere un altro?

Che l’io si sdoppi o che le personificazioni della psiche assumano un’esistenza autonoma nei suoi confronti la sostanza delle cose non cambia. Molti sono i personaggi che ognuno alberga in se stesso ed è con essi che l’analista deve misurarsi. La domanda decisiva allora è: di chi prenderà le parti? La risposta dipende dalla posizione che egli assume di fronte all’alterità, non solo beninteso a quella di colui che gli sta di fronte ma anche, soprattutto, alla propria.

Per comprendere le figure dell’anima l’analista gioca le sue carte, prima tra tutte la capacità di calarsi nei panni dell’altro. Non sempre però la formula magica dell’empatia si rivela efficace, spesso è un’arma a doppio taglio; ci si identifica sempre con tutto ciò che, in un modo o nell’altro, ci assomiglia o ci attrae. Come evitare il rischio di privilegiare alcuni personaggi piuttosto che altri e, nello stesso tempo, impedire le prevaricazioni, resistere alle seduzioni, ignorare le richieste di complicità?[….]

Le psicoterapie che fanno gran conto dell’empatia, dell’immedesimazione dell’osservazione partecipante, cadono spesso nell’equivoco di ipostatizzare un atteggiamento che dovrebbe comunque essere implicito nel rapporto analitico. Il problema non consiste nel calarsi nei panni dell’altro, di immedesimarsi con il suo punto di vista, il problema semmai è come riuscire ad accettare la soggettività dell’altro senza assimilarla alla propria o modellare la propria su quella altrui[…..]

I fenomeni del transfert e del controtransfert assumerebbero ben altra dimensione se venissero intesi come una trama tessuta tra i personaggi della psiche del paziente e quelli della psiche dell’analista. Finché si fronteggiano soltanto i due io le cose sono relativamente semplici. Quando entrano in gioco gli altri tutto si complica.

Portando alla luce i personaggi del paziente l’analista non deve mai perdere di vista o trascurare i propri. In caso contrario correrà il rischio di scoprire, non senza imbarazzo e pena, che anche nella sua vita qualcosa o qualcuno è rimasto nell’ombra.