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Dostoevskij e lo psicopatologo

(Estratto)

Sulla grandezza di Dostoevskij come scrittore Freud non ha dubbi: “I fratelli Karamàzov sono il romanzo più grandioso che mai sia stato scritto, l’episodio del Grande Inquisitore è uno dei vertici della letteratura universale, un capitolo di bellezza inestimabile. Purtroppo dinanzi al problema dello scrittore l’analisi deve deporre le armi.”

E perché mai? Queste parole riflettono in maniera davvero esemplare la posizione che la psicoanalisi - non solo, per la verità, quella di matrice freudiana - assume nei confronti dell’arte. Che senso ha porre continuamente l’enfasi sulla creatività se poi di fronte all’evento creativo si rinuncia a comprenderlo? Se proprio ciò che è peculiare dell’arte di Dostoevskij viene abbandonato come inesplicabile, cosa resta da analizzare?

Separando l’autore dalla sua opera la psicoanalisi si inoltra in un sentiero che non porta da nessuna parte, essa cerca il meccanismo della creatività artistica laddove non è possibile trovarlo: o nella biografia o nella poetica dell’autore riducendo così l’opera d’arte a un test proiettivo.[……]

La lettura delle opere di Dostoevskij non ammette chiamate di correo fittizie o estetizzanti: o si decide di riporre il libro nello scaffale o si va avanti ma senza neutralità, senza distacco, e senza neppure facili identificazioni giacché l’empatia del lettore è messa a dura prova ogni qualvolta essa si rivela per così dire statica, si concentra, cioè, su una singola posizione del personaggio o dell’autore.

Gli eroi di Balzac e di Stendhal conquistano il lettore, che a fatica può sottrarsi all’identificazione con la loro bellezza, i loro desideri, la loro volontà di affermazione. In Proust ci perdiamo in un mondo del quale, grazie all’abilità del romanziere, si percepiscono financo gli odori e i sapori. Con Dostoevskij questo è impossibile. Entrare in contatto con Raskòlnikov è un impegno di altro genere. Espresse fino al parossismo troviamo in lui le velleità del superuomo e le paure dell’uomo del sottosuolo, l’orgoglio della volontà di potenza e la mortificazione della propria inferiorità.

Non ci si può non confrontare con lui, così come non si può non cercare di contraddirlo o di metterlo in guardia, provare un moto di ripulsa per le sue azioni e, nello stesso tempo, sentire un sentimento di pena per la sua fragilità. Mettendo in scena i suoi personaggi, Dostoevskij non mette in scena solo la propria anima; anche la coscienza del lettore è chiamata a interrogarsi, costretta a pronunziarsi, a valutare, a decidere. Il romanzo polifonico non esclude nessuno: ognuno ha il diritto di esprimere la propria verità.[….]

In questa caratteristica dell’arte dostoevskijana lo psicologo trova, per così dire, pane per i suoi denti giacchè essa implica la presenza dell’alterità nella psiche dell’individuo, presenza che la psicoanalisi ha individuato come posizione schizoide dell’Io. La psicoanalisi che meglio può sostenere il confronto con Dostoevskij è quella che considera la psiche come il luogo delle relazioni oggettuali interne, delle personificazioni attraverso le quali l’anima si rivela.[….]

Nell’arte forse nessuno più di Dostoevskij ha saputo rendere la verità della personificazione della psiche: “Due pensieri in Dostoevskij sono già due persone, poiché pensieri di nessuno non ve ne sono, ed ogni pensiero rappresenta tutto l’uomo” […..]

E’ indubbio che per Freud come per Dostoevskij il parricidio sia stata un’ossessione. Chi dei due, però, è riuscito infine a placarla? Lo scienziato che ha costruito la sua teoria della psiche come risposta personale alla morte del padre o l’artista che, ossessionato dal proprio doppio, dal rivale perviene infine a liberarsi della figura del padre attraverso un drammatico cammino umano ed artistico, di cui proprio i Fratelli Karàmazov sono l’esito finale?[…….]

Se in Dostoevskij la genialità fa luce sull’alienazione è perché solo l’arte riesce a trasformare l’orrore del vivere, a contemplarlo. Se il mito di Perseo, che uccide la Medusa senza guardarla negli occhi ma riflettendone l’immagine nel proprio scudo, è il mito che più richiama il senso dell’esperienza analitica, allora la distanza tra psicoanalisi e arte è meno grande di quanto Freud supponesse […..]

Ciò che al di là delle loro specificità accosta l’esperienza psicoanalitica alla creazione e alla fruizione dell’opera d’arte è la capacità di oggettivare la soggettività. Solo nella misura in cui adotta un punto di vista estetico l’analista è in grado di vedere il paziente e quest’ultimo sarà in grado di vedere i propri demoni riflessi nell’immagine che di loro gli rimanda l’analista. Guardare il male direttamente è impossibile. Nessuno può fissare gli occhi della Medusa. Non c’è catarsi senza contemplazione. Del male ci si libera solo prendendone le distanze. Il significato liberatorio, se vogliamo terapeutico, dell’arte e della creatività sta nel curare le ferite contemplandole. E’ “la qualità dello specchio che si oppone - e perciò la cattura - alla cosa specchiata.”


Ancora su Dostoevskij:

Aldo Carotenuto, I sotterranei dell'anima (libro)