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Artisti sul divano dell'analista: perplessi

(Estratto)

Per parlare della psiche, la psicoanalisi si è spesso servita delle parole che la psiche ha messo in bocca ai poeti, ciò, tuttavia, non ha mai significato che essa riconoscesse alla poesia, o, più in generale, all’arte una funzione autonoma di conoscenza dei processi psichici.

La convinzione di essere l’unico metodo di accesso ai misteri dell’anima, e “lo speciale diritto di farsi portavoce di una visione scientifica del mondo” che da tale convinzione è conseguito, hanno autorizzato la psicoanalisi ad utilizzare i fenomeni estetici unicamente al fine di illustrare se stessa.

Raramente l’interpretazione psicoanalitica aggiunge nuovi significati all’opera d’arte; in un certo senso, anzi, essa li sottrae riducendo, o comunque subordinando alla propria, ogni altra significazione. Ha un bel dire Amleto: “Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra filosofia.” Ciò che vale per la filosofia non vale per la psicoanalisi. D’altronde, questo il principe di Danimarca lo ha appreso a sue spese giacché, fatta eccezione per Edipo, al cui destino la psicoanalisi ha indissolubilmente legato il proprio, egli è il primo personaggio trasferito dal mondo della creazione artistica sul lettino dell’analista dove le sue proteste sulle iniquità e insensatezze del mondo fanno assai meno presa che sulle tavole del palcoscenico.

Sul divano dell’analista le messinscene di Amleto sembrano solo dei maldestri acting out. D’accordo, c’è del marcio in Danimarca. Ma dove non ce n’è? Diversamente da coloro che rimangono impigliati nella trama tortuosa dei pensieri di Amleto, l’analista gode di un punto di vista privilegiato dal quale può osservare il filo invisibile che lega tra loro le azioni del principe: lo psicodramma che si recita a Elsinore non s’è forse già consumato, una volta per tutte, a Tebe? [……]

Riconducendo, però, l’infinita varietà dei caratteri e dei destini che si manifestano nell’arte - e nella vita - ad un unico archetipo, sia pure aggiornato con varianti che ne sfumano talvolta i contorni, la psicoanalisi dà al lettore - e al paziente - la sensazione di trovarsi di fronte alla messa in scena di un copione su cui non è più possibile mettere mano.[…..]

Cosa accadrebbe se l’analista prestasse ascolto alle parole di Amleto senza pretendere di interpretarle in anticipo, anzi senza pretendere di interpretarle affatto. Quale scenario si aprirebbe se “il solo personaggio dell’opera di Shakespaere che avrebbe potuto comporre i drammi di questo scrittore” reclamasse ciò che ogni paziente ed ogni creazione estetica reclamano dalla psicoanalisi: un’attenzione diversa, particolare, non la ripetizione sterile di formule stereotipate.

Il problema non è, ovviamente, sottrarre alla psicoanalisi la sua vocazione interpretativa. Il problema è impedire che questa vocazione si trasformi in qualcosa di arido, di preconfezionato.

Lo scarto tra quanto è andata scoprendo e i paradigmi teorici con i quali ha cercato di spiegare e circoscrivere le sue stesse scoperte ci induce a pensare che la psicoanalisi abbia tutto da guadagnare a togliere gli ormeggi dal sicuro porto della scienza dove sì è rifugiata per affrontare in mare aperto l’avventura del confronto con altre forme di espressione e di conoscenza della psiche. Arte dell’interpretazione dei fenomeni psichici, e di quella particolare forma di relazione umana che è la relazione analitica, allora le sue escursioni in altri territori dello spirito dovranno essere valutate come tentativi, non sempre peraltro riusciti, di definire la propria specificità.