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Coppie "drammatiche".

Dialogo di un'attrice con il suo personaggio


(Estratto)



Fin dalle prime prove a tavolino, davanti al regista e al resto della compagnia, dà un’ impressione di assoluta sicurezza; legge la sua parte con quella straordinaria voce che sembra un canto e nel suo bel volto espressivo, fin da subito, si disegnano le emozioni, gli stati d’animo che l’autore ha indicato nelle didascalie. Il regista quasi sempre l’approva su tutta la linea; gli altri attori, soprattutto i più giovani, l’ascoltano incantati (forse lievemente ipnotizzati), dicono quanto sia grande, quanto sia adatta a interpretare quel difficile ruolo e che fortuna hanno avuto a poter lavorare con lei.

Non immaginano il tormento che quella faccia perfetta nasconde. Tormento che per assurdo nasce proprio da ciò che gli altri ammirano in lei: le qualità interpretative. Lei ha spesso l’orribile sensazione di avere una maschera sulla maschera (sul suo volto di attrice) e malgrado, da sotto, chieda aiuto, cerchi qualcuno che le dia una mano a toglierla, nessuno sembra prestarle attenzione. Un po’ come in quella pagina de I quaderni di Malte Laurids Brigge in cui Rainer Maria Rilke racconta come una volta, da bambino, avendo trovato in un vecchio armadio delle maschere e dei costumi teatrali, li avesse indossati per gioco e non riuscisse più a toglierseli e di come, malgrado le sue grida disperate, i grandi continuassero a ridere pensando a uno scherzo; fino a che lui, al culmine della disperazione, non cadde a terra svenuto, quasi morto di spavento. Quello scritto, che l’ha turbata oltremodo, spesso le torna in mente: è come se si fosse identificata nel bambino Rilke.

Lei legge molto, è un’attrice colta e raffinata (una perla rara), nei salotti intellettuali la sua presenza è ambita e ricercata.

Ogni volta che deve affrontare un testo nuovo, si procura tutto ciò che è stato scritto su di esso (quasi sempre un sacco di roba!), si imbottisce di informazioni, analizza minuziosamente il carattere del suo personaggio, ne prevede i gesti, le sfumature della voce fin nei minimi dettagli. Una volta ha letto un saggio che propone un’interpretazione psicoanalitica di una famosa tragedia. Malgrado gli sforzi e la buona disposizione, non ha capito granché e non può certo dire che le sia stato utile; in compenso nei salotti ne ha potuto parlare.

Lei non è una di quelle attrici che si accontentano delle informazioni e dei suggerimenti del regista e che in camerino fanno la calza! (ce ne sono più di quante possiate immaginare).Tutti gli strumenti di cui dispone, naturali e acquisiti, dovrebbero darle fiducia, invece, paradossalmente, sembrano accrescere la sua angoscia. Neanche la solida preparazione accademica (che fa esclamare ai suoi estimatori “quella sì che è un’attrice con la A maiuscola!”) le dà sicurezza. Che dire poi di tutti gli stages, i seminari, i laboratori di improvvisazione, sperimentazione, affabulazione, che ha frequentato? Per esempio quello dell’estate scorsa con quel famosissimo regista polacco che non parlava una parola di italiano. Si capiva poco o niente, ma alla fine tutti, lei compresa, hanno mostrato (facendo finta) di aver avuto chissà quale illuminazione.

Tra le sue letture abituali primeggiano le biografie-autobiografie-carteggi delle grandi attrici del passato: non se ne è persa una, sempre con la speranza di poter carpire chissà quale segreto.

Quando ha letto che la Duse, per incontrare i suoi personaggi dolenti, le sue donne del mare, le sue figlie di Jorio, non usava (contrariamente a quanto aveva sempre creduto) la chiave dell’identificazione ma piuttosto quella della compassione, del soffrire insieme, come una sorta di paradossale, patologica esegesi dei sentimenti, le sono letteralmente cadute le braccia. Lei non può e non potrà mai essere così, che orrore! E poi quella chiave interpretativa contrasta orribilmente con quanto dice Diderot, e a pensarci bene anche con quello che Stanislavskij suggerisce al suo ‘attore creativo’. Una bella confusione!

Di sicuro ha capito che ogni attore usa una modalità personalissima per arrivare al cuore del personaggio. Solo che lei non riesce a trovare la sua.