(Estratto)
Nell'ottica jaspersiana la visione del tragico, un evento che mostra tutto l'orrore dell'esistenza umana avvolta nelle spire della sua natura, introducendo la possibilità della sua trascendenza, comporta anche una liberazione, una redenzione che sembra essere più profonda della catarsi aristotelica. Jaspers più precisamente parla di liberazione nel tragico o di liberazione dal tragico
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In quella che Jaspers definisce liberazione dal tragico, è la tragedia stessa che facendo del suo centro di forza un'intuizione o la conoscenza di una realtà superiore, rende possibile la rinascita.
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Noi godiamo dei versi di Eschilo e siamo convinti che la contemplazione della tragedia possa far nascere quel senso "tragico" della vita, quell'equilibrio fra apollineo e dionisiaco che per Nietzsche è il modello di esistenza più pieno e più ricco. L'uomo che conquista coscienza tragica, apre gli occhi sul mondo; diventa capace di perseguire le sue illusioni e nello stesso tempo di rinunciarvi accettando i limiti inevitabili della condizione umana. L'uomo tragico considera la sua vita come opera d'arte, che viene concepita, plasmata, levigata, per poi inevitabilmente dissolversi. Nel sacrificio di Antigone, nella disgrazia di Ippolito, nella morte di Edipo a Colono lo spettatore può contemplare il trionfo della vita stessa che si conserva eterna e pura, malgrado il fato, i demoni, le debolezze degli dei e degli uomini.